Le coliche del lattante 16 Marzo 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 67 commentsLe coliche si manifestano con un pianto violento e rabbioso che può comparire durante tutta la giornata, ma che ha una frequenza maggiore nelle ore del tardo pomeriggio o della sera.Il bambino sembra arrabbiato. Sembra che voglia gridare sempre più forte, quasi volesse fare dispetto o quasi si compiacesse di piangere, agita braccia e gambe che sono flesse sull’addome, stringe e agita i pugni, è rosso paonazzo in faccia, alterna movimento di suzione a rifiuto del succhiotto, spesso accetta il pasto, altre volte lo rifiuta. In sostanza un quadro apparentemente drammatico che si distingue dal pianto motivato da altre cause, proprio perché queste mancano. In alcuni bambini le coliche sembrano prediligere un orario preciso che si ripete tutti i giorni. L’incidenza delle coliche nei bambini si aggira intorno al 15%-20% ( con una tendenza all’aumento). Nel 70% dei casi, l’ora di comparsa è compresa tra le 18 e le 24. L’epoca d’inizio delle coliche si colloca nelle prime 6 settimane di vita. Esse tendono nella maggior parte dei casi a scomparire verso i tre, quattro mesi. Purtroppo in alcuni casi, in verità molto raramente, possono durare anche un anno. Il periodo di massima intensità si verifica tra la 8a‑12a settimana. E’ difficile individuare le cause reali di queste coliche.
Come abbiamo detto la volta scorsa alcuni studiosi parlano di cause organiche (cioè vere e proprie disfunzioni quali problemi gastroenterici che determinano un eccesso di fermentazione intestinale o allergia al latte vaccino) e altri pensano a cause psicologiche. A queste cause non è estraneo il temperamento del bambino che sicuramente presenta una maggiore reattività a normali stimoli. In realtà le cause organiche, pur essendo talvolta presenti, intervengono in una minima parte dei casi mentre una grande importanza riveste la situazione psicologica dell’ambiente in cui vive il bambino e cioè la relazione psicoaffettiva tra madre e bambino. Molti psicologi infantili ritengono che le coliche del lattante siano una manifestazione che si estrinseca nel bambino, ma che riflette una non corretta situazione ambientale. Infatti le coliche gassose hanno una maggiore frequenza nei figli primogeniti, prediligono i bambini appartenenti a classi sociali elevate, scompaiono quasi sempre quando per caso i bambini cambiano ambiente. Per esempio quando vanno a dormire a casa dei nonni, o quando vengono ricoverati per qualche banale motivo, la madre si stupisce che l’ospedale, invece di peggiorare, migliori sensibilmente il comportamento del suo bambino. Fondamentale, come detto, è il comportamento della mamma, infatti i bambini con coliche hanno quasi sempre una madre con caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche. Ansiosa o depressa o con sensi di colpa o con obbligo morale di allevare al meglio il proprio bambino, spesso insicura nel giudicarne lo stato di benessere, ed eccessivamente iperprotettiva, forse non ancora matura per il suo ruolo di madre. Qualche psicologo, e forse non a torto, parla anche di mamma egoista (speso la mamma in questione si rivolge al pediatra con la frase: “dottore non sopporto di sentire piangere il mio bambino!”. Questa frase è significativa, perché esprime un problema suo e non del bambino perché altrimenti direbbe “vorrei sapere perché piange il mio bambino e quindi vorrei sapere che cosa devo fare per lui”). Sarebbe certo superficiale affermare che è facile prevedere con sicurezza, valutando la madre durante la gravidanza, se il bambino soffrirà di coliche oppure no; tuttavia, pur mancando una dimostrazione razionale, l’instabilità emozionale di alcune madri (ed anche qualche padre) permette al pediatra esperto di pronosticare in anticipo, con una buona probabilità di azzeccarci, quali saranno i bambini che presenteranno le coliche. Il disagio determinato da una situazione psicologica ambientale determina un accumulo di tensione nel bambino che utilizza le crisi di pianto per scaricare le tensione giornaliera e cercare di riorganizzare in modo autonomo e naturale il suo giovane equilibrio psichico ancora fragile ed instabile.
Qualunque ne sia la causa, le coliche del bambino possono creare veri e propri drammi familiari.
Che cosa fare per questi bambini?
Dal momento che diverse sono le cause delle coliche, diversi sono gli interventi terapeutici. Naturalmente in quei pochissimi casi in cui si riesce a individuare una reale causa organica (intolleranza al latte vaccino, fermentazione gastrointestinale), la terapia è più semplice con correzione dell’alimentazione ed eventuale somministrazione di farmaci ma, attenzione, la terapia deve funzionare facendo scomparire il disturbo! Bisogna essere certi della causa che deve essere però documentata; oltre al pianto, devono essere presenti altri sintomi quali feci maldigerite, rigurgiti, talvolta scarsa crescita! Insomma non deve trattarsi di una facile scappatoia diagnostica!
Più complessa sarà la modalità di intervento quando non si individua (perché in realtà non esiste) una causa organica e questo avviene nella maggior parte dei casi. La constatazione che il bambino cresce regolarmente, nonostante le coliche, e la sicurezza che dette coliche scompaiono verso il 3°‑4° mese, in genere inducono il pediatra a minimizzare la situazione. Minimizzare, però, può essere un errore. Il pediatra ha il compito di sdrammatizzare, ma non di sottovalutare, perché molte volte la situazione familiare può raggiungere tali livelli di tensione e di preoccupazione da rendere difficile il rapporto tra genitori e figlio. Quindi il medico ha il dovere di non liquidare frettolosamente il problema ma di spiegare quali sono i ” misteri” delle coliche. Non è sufficiente dire: “Passeranno presto, abbiate pazienza”. Questo è vero, ma i genitori vogliono qualcosa di più perché, qualche volta, sono ai limiti della sopportazione. Se i genitori (soprattutto la mamma) mostrano segni di cedimento psicologico e peggiorano il loro senso di angoscia, il comportamento del bambino può peggiorare. Il pianto del bambino può ingenerare nei genitori reazioni non adeguate e contrastanti che vanno da un eccesso interventistico con conseguente iperstimolazione ad una rassegnata indifferenza. Entrambi questi atteggiamenti trasmettono messaggi inadeguati a risolvere la situazione di tensione del bambino. A ciò può seguire addirittura una ulteriore accentuazione della intensità delle crisi di pianto.
Ecco quindi, come dicevo, che il problema non deve essere sottovalutato. Riprovevole dal punto di vista dell’etica professionale è rifugiarsi nella facile scappatoia di fare diagnosi di mali organici (intolleranza alle proteine del latte, fermentazione intestinale). Chi ricorre a questi comportamenti in genere suggerisce di cambiare il latte artificiale (se il bambino non è allattato al seno. Devo però confessarvi per onestà professionale che, incredibilmente, qualche volta questa diagnosi fasulla funziona. E funziona in modo paradossale. Infatti il bambino continuerà ad avere le sue coliche, ma la mamma ed i genitori in genere, ormai certi che sia stata individuata la causa del comportamento del bambino, diventano più sereni avendo la certezza che non è colpa loro (come, invece,aveva detto quel pediatra antipatico) e sopportano con minore ansia la situazione (che ripeto non è cambiata). Quindi per il bambino non cambia nulla, ma avrà genitori più sereni.
Più problematico per gli amanti della facile diagnosi di intolleranza al latte artificiale trovare una giustificazione quando le coliche colpiscono i bambini allattati esclusivamente al seno! In questo caso viene consigliato alla mamma di non alimentarsi con latte e latticini perché “passano” nel latte materno e quindi provocano ugualmente condizioni di intolleranza. In realtà la mamma prova, ma non cambia nulla nel bambino che continuerà ad avere le sue coliche, perché, come detto, queste hanno quasi sempre una motivazione non organica.
Cosa si può fare allora con questi bambini?
Ecco in ordine di efficacia alcuni interventi che hanno qualche probabilità di successo in caso di pianto immotivato:
Cercare di attirare l’attenzione del bambino creando fatti alternativi, per esempio portarlo a fare un giro in auto, oppure con dondolii, a volte anche piuttosto decisi. Qualche risultato può essere ottenuto dal massaggiare l’addome delicatamente, dal cambiargli posizione per esempio metterlo a pancia in giù. In realtà eventuali successi ottenuti con queste azioni fanno credere che il pianto sia motivato dal famoso “mal di pancia”. Non è così, il risultato si è avuto perché è stata determinata una modificazione della sua situazione ambientale! Qualche successo si può avere anche con il creare rumori diversi da quelli consueti, o dal suonare della musica. Pressoché inutile il tanto consigliato piccolo clistere.
Tutti questi provvedimenti hanno il difetto di essere generici e di avere probabilita’ di successo, nel migliore dei casi, non superiore al 50%. Un errore da non commettere e’, però, quello di lasciare che il bambino pianga per il timore di viziarlo. Questo atteggiamento, per altro meno frequente di quello opposto, è sicuramente sbagliato e forse anche un po’ crudele. Non bisogna lasciare un bambino piangente solo e disperato, senza curarsi di cercare i motivi dei suo pianto. Motivi che lui ha sicuramente per farlo. E come abbiamo detto non sono quasi mai motivi fisici.
Il pianto immotivato è sicuramente un momento della vita del piccolo bambino difficile da gestire. Talvolta l’angoscia dei genitori colti di sorpresa da un tale comportamento e soprattutto il rendersi conto di non essere capaci di dominarlo, portano a commettere errori opposti o nell’ esagerare nei tentativi per tranquillizzarlo o nell’assumere atteggiamenti di eccessiva durezza. Quando iniziano questi periodo di pianto immotivato, bisogna rendere edotti i genitori spiegando nei dettagli (anche quelli scomodi) la natura e le causa del comportamento dei loro bambini, non colpevolizzando soprattutto le mamme che talvolta hanno tutte le ragioni per essere tese ed ansiose. Indispensabile è suggerire anche quale approccio adottare, ma, una volta spiegate bene le cause, mi sono reso conto che diventa più facile per loro sopportare la situazione. Devono essere rassicurati che la causa non è un malessere fisico, ma dipende da una situazione psicologica ambientale non ideale e dal fatto che il sistema emotivo e psicologico del bambino non è ancora maturo. Intorno al 3° mese maturerà ed in quel momento la fase periodica del pianto tenderà a scomparire, soprattutto se sarà accompagnata dalla consapevolezza maturata nei genitori (essenzialmente la mamma) di cambiare il modo di interazione con il bambino. Sicuramente una madre depressa, ansiosa, “nervosa” trasmette rapidamente i suoi sentimenti al bambino. Ne deriva ulteriore pianto. Se si innesca un simile ciclo vizioso ne può derivare un bambino non sereno, ipersensibile e ipereccitabile.
A presto
Giuseppe Ferrari
