Le coliche del lattante 16 Marzo 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 32 commentsLe coliche si manifestano con un pianto violento e rabbioso che può comparire durante tutta la giornata, ma che ha una frequenza maggiore nelle ore del tardo pomeriggio o della sera.Il bambino sembra arrabbiato. Sembra che voglia gridare sempre più forte, quasi volesse fare dispetto o quasi si compiacesse di piangere, agita braccia e gambe che sono flesse sull’addome, stringe e agita i pugni, è rosso paonazzo in faccia, alterna movimento di suzione a rifiuto del succhiotto, spesso accetta il pasto, altre volte lo rifiuta. In sostanza un quadro apparentemente drammatico che si distingue dal pianto motivato da altre cause, proprio perché queste mancano. In alcuni bambini le coliche sembrano prediligere un orario preciso che si ripete tutti i giorni. L’incidenza delle coliche nei bambini si aggira intorno al 15%-20% ( con una tendenza all’aumento). Nel 70% dei casi, l’ora di comparsa è compresa tra le 18 e le 24. L’epoca d’inizio delle coliche si colloca nelle prime 6 settimane di vita. Esse tendono nella maggior parte dei casi a scomparire verso i tre, quattro mesi. Purtroppo in alcuni casi, in verità molto raramente, possono durare anche un anno. Il periodo di massima intensità si verifica tra la 8a‑12a settimana. E’ difficile individuare le cause reali di queste coliche.
Come abbiamo detto la volta scorsa alcuni studiosi parlano di cause organiche (cioè vere e proprie disfunzioni quali problemi gastroenterici che determinano un eccesso di fermentazione intestinale o allergia al latte vaccino) e altri pensano a cause psicologiche. A queste cause non è estraneo il temperamento del bambino che sicuramente presenta una maggiore reattività a normali stimoli. In realtà le cause organiche, pur essendo talvolta presenti, intervengono in una minima parte dei casi mentre una grande importanza riveste la situazione psicologica dell’ambiente in cui vive il bambino e cioè la relazione psicoaffettiva tra madre e bambino. Molti psicologi infantili ritengono che le coliche del lattante siano una manifestazione che si estrinseca nel bambino, ma che riflette una non corretta situazione ambientale. Infatti le coliche gassose hanno una maggiore frequenza nei figli primogeniti, prediligono i bambini appartenenti a classi sociali elevate, scompaiono quasi sempre quando per caso i bambini cambiano ambiente. Per esempio quando vanno a dormire a casa dei nonni, o quando vengono ricoverati per qualche banale motivo, la madre si stupisce che l’ospedale, invece di peggiorare, migliori sensibilmente il comportamento del suo bambino. Fondamentale, come detto, è il comportamento della mamma, infatti i bambini con coliche hanno quasi sempre una madre con caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche. Ansiosa o depressa o con sensi di colpa o con obbligo morale di allevare al meglio il proprio bambino, spesso insicura nel giudicarne lo stato di benessere, ed eccessivamente iperprotettiva, forse non ancora matura per il suo ruolo di madre. Qualche psicologo, e forse non a torto, parla anche di mamma egoista (speso la mamma in questione si rivolge al pediatra con la frase: “dottore non sopporto di sentire piangere il mio bambino!”. Questa frase è significativa, perché esprime un problema suo e non del bambino perché altrimenti direbbe “vorrei sapere perché piange il mio bambino e quindi vorrei sapere che cosa devo fare per lui”). Sarebbe certo superficiale affermare che è facile prevedere con sicurezza, valutando la madre durante la gravidanza, se il bambino soffrirà di coliche oppure no; tuttavia, pur mancando una dimostrazione razionale, l’instabilità emozionale di alcune madri (ed anche qualche padre) permette al pediatra esperto di pronosticare in anticipo, con una buona probabilità di azzeccarci, quali saranno i bambini che presenteranno le coliche. Il disagio determinato da una situazione psicologica ambientale determina un accumulo di tensione nel bambino che utilizza le crisi di pianto per scaricare le tensione giornaliera e cercare di riorganizzare in modo autonomo e naturale il suo giovane equilibrio psichico ancora fragile ed instabile.
Qualunque ne sia la causa, le coliche del bambino possono creare veri e propri drammi familiari.
Che cosa fare per questi bambini?
Dal momento che diverse sono le cause delle coliche, diversi sono gli interventi terapeutici. Naturalmente in quei pochissimi casi in cui si riesce a individuare una reale causa organica (intolleranza al latte vaccino, fermentazione gastrointestinale), la terapia è più semplice con correzione dell’alimentazione ed eventuale somministrazione di farmaci ma, attenzione, la terapia deve funzionare facendo scomparire il disturbo! Bisogna essere certi della causa che deve essere però documentata; oltre al pianto, devono essere presenti altri sintomi quali feci maldigerite, rigurgiti, talvolta scarsa crescita! Insomma non deve trattarsi di una facile scappatoia diagnostica!
Più complessa sarà la modalità di intervento quando non si individua (perché in realtà non esiste) una causa organica e questo avviene nella maggior parte dei casi. La constatazione che il bambino cresce regolarmente, nonostante le coliche, e la sicurezza che dette coliche scompaiono verso il 3°‑4° mese, in genere inducono il pediatra a minimizzare la situazione. Minimizzare, però, può essere un errore. Il pediatra ha il compito di sdrammatizzare, ma non di sottovalutare, perché molte volte la situazione familiare può raggiungere tali livelli di tensione e di preoccupazione da rendere difficile il rapporto tra genitori e figlio. Quindi il medico ha il dovere di non liquidare frettolosamente il problema ma di spiegare quali sono i ” misteri” delle coliche. Non è sufficiente dire: “Passeranno presto, abbiate pazienza”. Questo è vero, ma i genitori vogliono qualcosa di più perché, qualche volta, sono ai limiti della sopportazione. Se i genitori (soprattutto la mamma) mostrano segni di cedimento psicologico e peggiorano il loro senso di angoscia, il comportamento del bambino può peggiorare. Il pianto del bambino può ingenerare nei genitori reazioni non adeguate e contrastanti che vanno da un eccesso interventistico con conseguente iperstimolazione ad una rassegnata indifferenza. Entrambi questi atteggiamenti trasmettono messaggi inadeguati a risolvere la situazione di tensione del bambino. A ciò può seguire addirittura una ulteriore accentuazione della intensità delle crisi di pianto.
Ecco quindi, come dicevo, che il problema non deve essere sottovalutato. Riprovevole dal punto di vista dell’etica professionale è rifugiarsi nella facile scappatoia di fare diagnosi di mali organici (intolleranza alle proteine del latte, fermentazione intestinale). Chi ricorre a questi comportamenti in genere suggerisce di cambiare il latte artificiale (se il bambino non è allattato al seno. Devo però confessarvi per onestà professionale che, incredibilmente, qualche volta questa diagnosi fasulla funziona. E funziona in modo paradossale. Infatti il bambino continuerà ad avere le sue coliche, ma la mamma ed i genitori in genere, ormai certi che sia stata individuata la causa del comportamento del bambino, diventano più sereni avendo la certezza che non è colpa loro (come, invece,aveva detto quel pediatra antipatico) e sopportano con minore ansia la situazione (che ripeto non è cambiata). Quindi per il bambino non cambia nulla, ma avrà genitori più sereni.
Più problematico per gli amanti della facile diagnosi di intolleranza al latte artificiale trovare una giustificazione quando le coliche colpiscono i bambini allattati esclusivamente al seno! In questo caso viene consigliato alla mamma di non alimentarsi con latte e latticini perché “passano” nel latte materno e quindi provocano ugualmente condizioni di intolleranza. In realtà la mamma prova, ma non cambia nulla nel bambino che continuerà ad avere le sue coliche, perché, come detto, queste hanno quasi sempre una motivazione non organica.
Cosa si può fare allora con questi bambini?
Ecco in ordine di efficacia alcuni interventi che hanno qualche probabilità di successo in caso di pianto immotivato:
Cercare di attirare l’attenzione del bambino creando fatti alternativi, per esempio portarlo a fare un giro in auto, oppure con dondolii, a volte anche piuttosto decisi. Qualche risultato può essere ottenuto dal massaggiare l’addome delicatamente, dal cambiargli posizione per esempio metterlo a pancia in giù. In realtà eventuali successi ottenuti con queste azioni fanno credere che il pianto sia motivato dal famoso “mal di pancia”. Non è così, il risultato si è avuto perché è stata determinata una modificazione della sua situazione ambientale! Qualche successo si può avere anche con il creare rumori diversi da quelli consueti, o dal suonare della musica. Pressoché inutile il tanto consigliato piccolo clistere.
Tutti questi provvedimenti hanno il difetto di essere generici e di avere probabilita’ di successo, nel migliore dei casi, non superiore al 50%. Un errore da non commettere e’, però, quello di lasciare che il bambino pianga per il timore di viziarlo. Questo atteggiamento, per altro meno frequente di quello opposto, è sicuramente sbagliato e forse anche un po’ crudele. Non bisogna lasciare un bambino piangente solo e disperato, senza curarsi di cercare i motivi dei suo pianto. Motivi che lui ha sicuramente per farlo. E come abbiamo detto non sono quasi mai motivi fisici.
Il pianto immotivato è sicuramente un momento della vita del piccolo bambino difficile da gestire. Talvolta l’angoscia dei genitori colti di sorpresa da un tale comportamento e soprattutto il rendersi conto di non essere capaci di dominarlo, portano a commettere errori opposti o nell’ esagerare nei tentativi per tranquillizzarlo o nell’assumere atteggiamenti di eccessiva durezza. Quando iniziano questi periodo di pianto immotivato, bisogna rendere edotti i genitori spiegando nei dettagli (anche quelli scomodi) la natura e le causa del comportamento dei loro bambini, non colpevolizzando soprattutto le mamme che talvolta hanno tutte le ragioni per essere tese ed ansiose. Indispensabile è suggerire anche quale approccio adottare, ma, una volta spiegate bene le cause, mi sono reso conto che diventa più facile per loro sopportare la situazione. Devono essere rassicurati che la causa non è un malessere fisico, ma dipende da una situazione psicologica ambientale non ideale e dal fatto che il sistema emotivo e psicologico del bambino non è ancora maturo. Intorno al 3° mese maturerà ed in quel momento la fase periodica del pianto tenderà a scomparire, soprattutto se sarà accompagnata dalla consapevolezza maturata nei genitori (essenzialmente la mamma) di cambiare il modo di interazione con il bambino. Sicuramente una madre depressa, ansiosa, “nervosa” trasmette rapidamente i suoi sentimenti al bambino. Ne deriva ulteriore pianto. Se si innesca un simile ciclo vizioso ne può derivare un bambino non sereno, ipersensibile e ipereccitabile.
A presto
Giuseppe Ferrari
Il pianto 1 Febbraio 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni , 11 commentsIl pianto è il mezzo più efficace ed energico che il bambino usa per comunicare. Tuttavia è un atto che spaventa molto i genitori ma che in realtà, quando è vigoroso, non indica mai un malessere fisico (infatti se i bambino sta male non ha la forza di piangere… ma si lamenta!), ma indica un suo fabbisogno, una sua necessità, una sua esigenza non soddisfatti. Per esempio il bambino piange se ha fame, oppure piange se si è sporcato, cioè in situazioni certamente non dolorose, ma che semplicemente creano in lui uno stato di bisogno. Il bambino infatti sa esprimere, molto di più di quanto pensino gli adulti e con estrema precisione le sue necessità, ovviamente non ancora con le parole ma con i suoi comportamenti. Il pianto è una delle forme più importanti di questo suo linguaggio. Genitori attenti e soprattutto ben guidati ed edotti dagli “addetti ai lavori” in genere riescono ad imparare a distinguere il pianto del loro bambino entro il primo mese di vita.Esistono diversi tipi di pianto per comunicare sensazioni e situazioni diverse che richiedono anche provvedimenti diversi:
Il pianto da fame
In questo caso il bambino piange alla fine della poppata, appena allontanato il seno o il biberon, oppure comincia a piangere prima dell’ora presunta della poppata (ricordo come ho già detto che non bisogna costringere i bambini a orari rigorosi). In questa circostanza il pianto cessa appena riesce a succhiare qualunque cosa capiti a tiro della sua bocca: dita, succhiotto, lenzuolino, salvo riprendere subito appena si accorge che, pur succhiando, non entra nulla nella sua bocca. E’ un pianto discretamente vigoroso con una nota di irritazione, che varia di intensità a seconda che riesca a succhiare qualcosa o no.
Il pianto per senso di disagio fisico
Per esempio il bambino, quando è sporco, si mette a piangere, specie se ha emesso feci da latte materno che sono molto liquide, abbondanti (lo inondano) e acide. E’ sufficiente cambiarlo. E’ buona norma svestire comunque il bambino che piange, perché qualche volta può capitare che la cattiva posizione dei vestiti o dei pannolini gli crei, con pieghe fastidiose, un vero e proprio disagio. Può piangere per il caldo, quando è molto vestito. Più difficilmente piange per il freddo. I rumori violenti lo fanno “saltare via”. La radio a tutto volume, le grida, le luci intense sono fonti di eccitazione e di irritazione. Mentre i normali rumori casalinghi, anche la TV a volume normale, sono per lui una grande compagnia.
E’ un pianto non molto forte ma particolarmente irritato.
Il pianto da stanchezza
E’ un pianto non vigoroso con una caratteristica di monotonia che tende a finire per poi… ricominciare. Si manifesta quando i bambini vengono sottoposti ad un eccesso di stimoli esterni che non riescono a controllare. Il volerli far giocare a tutti i costi, il volergli parlare in continuazione, mettergli i carillon, la musichette ecc
Il pianto da noia.
Compare nel lattante di qualche mese. Succede, al contrario del caso precedente, quando il bambino non viene molto stimolato, viene lasciato per molto tempo solo. E’ un pianto poco vigoroso, francamente “annoiato”. Si calma appena sente la voce di un adulto. Ha bisogno di non sentirsi solo.
Il pianto per scaricare la tensione
Quanto esposto sopra, in una certa maniera, è la classificazione di alcuni tipi di pianto legati ad alcune fra le più frequenti e più facilmente individuabili cause. Purtroppo, però, esistono numerosi casi di bambini che piangono senza alcuna ragione evidente. Ci troviamo di fronte al grande e incerto capitolo del pianto apparentemente immotivato. Questo è uno dei capitoli più controversi e più discussi della puericultura.
In genere questo pianto apparentemente immotivato viene attribuito a una particolare situazione in cui si viene a trovare il bambino che viene considerato affetto dalle famose o famigerate “coliche”. Coliche che vengono variamente chiamate: coliche gassose, coliche dei primi tre mesi, coliche della quarantena ecc. Circa le cause alcuni invocano cause organiche (cioè vere e proprie disfunzioni quali problemi gastroenterici che determinano un eccesso di fermentazione intestinale o allergia al latte vaccino) e cause psicologiche. In realtà le cause organiche, pur essendo talvolta presenti, intervengono in una minima parte dei casi mentre una grande importanza riveste la situazione psicologica dell’ambiente in cui vive il bambino e cioè la relazione psicoaffettiva tra madre e bambino. Molti psicologi infantili ritengono che le coliche del lattante siano una manifestazione che si estrinseca nel bambino, ma che riflette una non corretta situazione ambientale. Tratteremo l’argomento coliche la prossima volta in modo più dettagliato
E per finire…
Il pianto che non esiste (o pianto da mal di pancia)
Il mal di pancia è la causa più frequentemente invocata dai pediatri per fornire una giustificazione del pianto immotivato del bambino. E’ una diagnosi, che se fosse vera sarebbe tutt’altro che tranquillizzante, ma che, incredibilmente, invece rasserena e soprattutto convince di più la mamma. Non si capisce perché, ma se il pianto viene attribuito al mal di pancia, la mamma si ritiene in genere soddisfatta, e quasi mai pretende di sapere perché mai il suo bambino dovrebbe avere mal di pancia! Noi pediatri, forse per questo motivo, “astutamente” spesso formuliamo questa diagnosi, pur essendo certi che il bambino non ha mal di pancia!. Infatti il reale mal di pancia deve avere una causa : per esempio diarrea, vomito, ecc. Ed allora come possiamo spiegarcelo in assenza di questi disturbi e soprattutto dopo aver palpato attentamente l’addome? Questo è un mistero, ma è un altro di quei misteri che funziona psicologicamente per le mamme! C’è chi (spesso sono le nonne) pensa di dedurre la presenza del mal di pancia dal fatto che il bambino piangendo si rannicchia su se stesso, raccogliendo sia gli arti superiori che inferiori sull’addome. In realtà durante il pianto, il bambino di pochi mesi, qualunque ne sia la causa, si rannicchia sempre con gli arti piegati sulla pancia. Ciò è dovuto al fatto che essendo stata la sua posizione fetale a braccia e gambe flesse, nei primi mesi di vita, sotto stimolo il bambino tende a riprenderla.
A presto
Giuseppe Ferrari
La Fimosi 10 Settembre 2009
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 6 commentsE’ un problema solo per i maschi.. La fimosi è caratterizzata dalla impossibilità di scoprire completamente il glande ( la parte anteriore del pene) a causa della abbondanza del tessuto del prepuzio che lo ricopre e, restringendosi, lo chiude. La maggior parte dei bambini, alla nascita hanno “il pisello chiuso” perché il prepuzio sovrabbondante non riesce a scorrere e quindi rimane adeso al glande rivestendolo completamente. Questa situazione che rientra nella normalità alla nascita, richiede successivamente di essere modificata. Il glande deve poter essere scoperto per due motivazioni, l’una igienica, legata all’impossibilità di lavare la parte, l’altra per la futura funzione sessuale, legata alla difficoltà di scorrimento del prepuzio. Alcune religioni, o anche abitudini, prevalentemente anglosassoni, prevedono la circoncisione in epoca neonatale, un’operazione che consiste nel tagliare e asportare la parte terminale del prepuzio, consentendo al glande di essere sempre scoperto.
Per quanto riguarda la realtà italiana, in cui non si pratica di routine la circoncisione ai neonati, si può raggiungere lo stesso obiettivo, cioè la scopertura del glande, con semplici e delicate manovre.
Queste manovre sono compito del medico.
Come si deve procedere?
Si procede in questo modo. Intorno al 3° mese di vita del bambino (in occasione cioè della 2a visita di controllo) il medico deve iniziare a scollare delicatamente il prepuzio, usando una pomata anestetica e preparando la parte con l’applicazione preventiva, per almeno un paio di settimane, di una pomata od un unguento al cortisone. La manovra deve essere delicata, non violenta e soprattutto non totale, non bisogna cioè scoprire al primo colpo tutto il glande, a meno che la fimosi sia molto modesta. Fatto il primo scollamento, il medico ha bisogno della collaborazione della mamma che deve ripetere tutti i giorni la stessa operazione. Deve cioè tirare giù la pellicina fino al punto in cui è arrivato il medico e lavare la parte scoperta con acqua e sapone ( in genere in occasione dell’abituale quotidiano bagnetto). Non deve forzare ulteriormente!! Se non si forza, il bambino non prova nessun dolore. In realtà questo rito di apertura va iniziato non il giorno dopo lo scollamento fatto dal medico, ma due giorni dopo. Esso deve essere praticato poi tutti i giorni, per motivi igienici ed anche perché si corre il rischio che il prepuzio ritorni ad aderire. (Sarebbe stato un lavoro inutile e un inutile trauma per il bambino).
Un’avvertenza importante: qualche volta nelle ore immediatamente successive alla prima “operazione”, improvvisamente, il bambino si mette a piangere, ciò è dovuto al fatto che quando fa la pipì, sente bruciore. Il pianto è però di breve durata. Rarissimamente si può avere un arrossamento ed un gonfiore della parte che passa con piccoli impacchi freddi e la applicazione di una pomata cortison-antibiotica. In questo caso è però necessario consultare il medico.
A una successiva visita di controllo se il glande non si scopre completamente, il medico procederà a un ulteriore scollamento. La mamma dovrà poi continuare le sue manovre giornaliere di apertura e lavaggio. In genere in tre volte si riesce ad scoprire completamente il glande. Quando è completamente aperto sarà facile eseguire un corretto lavaggio.
Qualche volta sotto la pelle del prepuzio non ancora aperto, è possibile vedere in trasparenza delle macchie biancastre. Si tratta di accumulo di secrezioni bianche che fuoriescono alla successiva apertura. La presenza di questa secrezioni biancastre impressiona molto le mamme, ma in realtà è un fatto normale che oltretutto facilita la risoluzione della fimosi.
E’ importante iniziare questa operazione piuttosto precocemente ( come si è detto intorno al 3° mese) in modo da concludere il tutto intorno ai 7/8 mesi prima cioè che il bambino cominci a rendersi conto di cosa gli stia succedendo e quindi ne rimanga traumatizzato e non voglia più farsi toccare (e quindi lavare).
Quali i luoghi comuni ed errori?
A proposito di questo argomento è più corretto parlare di tabù piuttosto che di luoghi comuni. La mancanza di una corretta educazione sessuale impedisce molte volte di avere idee chiare circa i problemi della sfera genitale. Il primo ostacolo che si incontra nell’affrontare e risolvere il problema fimosi è rappresentato dalla paura delle madri, che spesso si rifiutano di collaborare con il medico perché fa loro “impressione” eseguire questa semplice operazione quotidiana di lavaggio, e temono di far male al bambino. Bisogna che queste madri si convincano che è loro compito accudire nel migliore dei modi i loro bambini. Tra i doveri c’è anche questo, che oltretutto servirà a evitare qualche complesso o trauma nell’età più adulta.
Fra gli errori e i luoghi comuni, vanno anche citati alcuni comportamenti di alcuni “addetti ai lavori”.
Il primo caso da ricordare è quello di chi dice che non è il caso di applicare la riduzione medica (manuale) della fimosi. Purtroppo molti bambini, dopo qualche anno, vengono indirizzati al chirurgo per l’intervento di fimosi. Questo intervento invece deve essere la soluzione ultima dopo aver provato la riduzione manuale. Per troppi bambini diventa, ancora oggi , una tappa obbligata nella loro “carriera” sanitaria (le altre, per la verità in diminuzione, sono le tonsille e l’appendicite). Purtroppo il pericolo non solo è rappresentato dalla difficoltà tecnica, ( infatti sembra un intervento banale ma non lo è) che qualche volta porta a risultati esteticamente non molto apprezzabili ( quindi attenzione alla ricerca del chirurgo giusto), ma anche dalla necessità di ricorre sovente all’anestesia.
Un secondo atteggiamento è quello di chi dice alla mamma: “Signora il prepuzio deve essere aperto. Lo faccia lei”. Cioè scaricando sulla mamma il problema. A parte la mancanza di esperienza, neppure la madre più coraggiosa ha l’animo di forzare, con relativi pianti ed eventuali sanguinamenti, una parte così delicata del corpo del suo bambino.
Chi è nemico ( non si capisce perché) dello scollamento manuale sopra descritto dice che questo non serve perché il prepuzio “si riattacca”. E’ vero, ed è per questo che si rende necessaria assolutamente la collaborazione della mamma che deve aprilo e lavarlo tutti i giorni! Altrimenti si rincolla ed è stato fatto un lavoro inutile, che oltretutto ha procurato qualche piccolo dolore al bambino.
E’ difficile immaginare che chi si deve professionalmente occupare della crescita del bambino e quindi anche della sua qualità di vita ignori fondamenti così importanti di civiltà, di educazione sanitaria e di educazione sessuale.
La riduzione manuale della fimosi è compito del medico; la madre e, poi, il bambino più grandicello devono perfezionarla per una corretta igiene quotidiana.
Il bambino deve imparare a lavarsi bene anche dopo aver fatto la pipì!
A presto
Giuseppe Ferrari
Come intervenire in caso di acetone 24 Ottobre 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione, I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute, Uncategorized , 189 commentsChe cosa fare in caso di acetone?
La terapia dell’acetone è condizionata dalla diversa gravità dei sintomi e si basa su due aspetti : quello dietetico e quello medicamentoso.
L’intervento dietetico
Essendo l’acetone un disturbo legato al metabolismo dei grassi, il primo intervento deve essere la sospensione di cibi che li contengono, come ad esempio burro, formaggio, latte e uova.
Se è presente il vomito è necessario sospendere totalmente l’alimentazione e sostituirla con una dieta esclusivamente idrica, utilizzando alternativamente acqua, tè, camomilla, bevande zuccherine alla frutta o anche la Coca Cola.
Questi liquidi devono essere somministrati ben zuccherati, nella quantità richiesta dai bambini, che in genere hanno molta sete, soprattutto ricordando che sono loro i migliori regolatori delle proprie necessità. Le dosi di liquidi da introdurre nell’arco delle 24 ore possono raggiungere valori di circa 100‑150 cc per ogni kg di peso del bambino. Lo zucchero aggiunto sarà di circa 5 gr per kg di peso del bambino.
Si possono anche utilizzare brodi di verdura salati per ovviare alla perdita di sali che avvengono con il vomito. Qualche volta la violenza e la gravità del vomito sono tali da impedire la ritenzione di qualunque liquido introdotto. Il bambino ha molta sete e beve avidamente grosse quantità di liquidi, e questo lo fa vomitare nuovamente. Bisogna convincerlo a bere poco per volta, anche se non è facile. In questo caso il problema può essere risolto con la somministrazione frazionata e ininterrotta di bevande (un cucchiaino dopo l’altro). Nelle forme più gravi neppure questo artificio serve a fermare il vomito. In tal caso è necessario praticare al bambino fleboclisi, per non correre il rischio di arrivare a un vero e proprio coma.
Cessato il vomito, si può riprendere con gradualità l’alimentazione, avendo cura inizialmente di dare cibi ricchi di carboidrati e per ultimo i cibi ricchi di grassi. È molto importante farsi guidare dal grado di appetito del bambino; quando ricomincia ad avere fame (circa 3 giorni dopo la fine del vomito) allora si potrà riportalo in un paio di giorni a mangiare come prima.
Contenuto percentuale di grassi nei principali alimenti (100 gr.)
Burro 85 - olio oliva 100 - formaggi grassi 30 - formaggi magri 25 — uova 20 - pollo 13 - carne bovina 5/10 - latte 3,5 - cioccolato 24.
Terapia con farmaci
Non esistono farmaci specifici. La migliore cura è la dieta e la reidratazione che può giovarsi di prodotti contenenti sali minerali e zucchero da aggiungere all’acqua somministrata.
A che età incomincia l’acetone?
Non c’è un limite di età ben definito. Alcuni pediatri negano l’esistenza dell’acetone prima dei due anni, altri abbassano il limite a un anno. In realtà non esiste un’età limite al di sotto della quale si possa dire che non esista l’acetone. Forse l’acetone cosiddetto “primitivo “, cioè non associato ad altre malattie, può non manifestarsi prima dei 2 anni,. ma quello associato a una malattia principale esiste anche al di sotto dell’anno di vita.
A che età finisce?
Non è assolutamente possibile stabilire delle età con assoluta certezza. In genere l’epoca di maggiore incidenza va dai 3 ai 6 anni. Poi va gradualmente diminuendo.
Quali sono le caratteristiche dei bambini predisposti all’acetone?
Anzitutto, come ho già detto esiste una certa ereditarietà nella predisposizione all’acetonernia. Spesso sono soggetti emotivi ed ansiosi. Anche la costituzione conta, per esempio il bambino linfatico è spesso un acetonemico. Così il bambino che nei primi mesi di vita ha sofferto di “crosta lattea” e quello che presentava abbondanti rigurgiti è un probabile candidato all’acetonemia. Alcuni di questi bambini sono buoni mangiatori o meglio lo sono nell’intervallo tra una crisi e l’altra, intervallo che può essere anche di mesi. Altri invece vengono considerati dai genitori come dotati di scarso appetito o, per essere più precisi, alternano periodi in cui mangiano volentieri e altri in cui mangiano pochissimo. E, stranamente, in questi periodi sono presenti quei sintomi segnalati come pallore, occhi cerchiati, alito cattivo, lingua sporca, vaghi mal di pancia, mal di testa. Normalmente dopo qualche giorno di questa situazione, questi bimbi riprendono a mangiare, per poi ciclicamente ricadere nella poca fame. In sostanza questi bambini si curano da soli, riducendosi la dieta ( quindi disintossicandosi) e poi riprendono a mangiare. Se non diminuissero l’alimentazione andrebbero incontro a crisi di acetone. In realtà questi bambini non hanno quasi mai grosse crisi, perché sanno “autogestirsi”!
Mi verrebbe voglia di definire questi bambini ” acetonemici cronici”, se non temessi di far sorridere molti “luminari”!
Quali luoghi comuni o errori possono verificarsi?
Il luogo comune: ritenere che l’acetone sia causato da disordine alimentare o dall’eccessiva introduzione di alimenti grassi.. Non tenete i bambini per mesi ed anni a diete senza grassi. Nonostante tutti i sacrifici e le privazioni, questi bimbi ogni tanto presentano comunque la loro crisi di acetone………..perché sono bambini acetonemici!
L’ errore grave è rappresentato dal rifiutare di soddisfare la sete dei bambino perché vomita. Il vomito infatti disidrata l’organismo, la disidratazione aumenta l’intensità dell’acetonemia, che a sua volta aumenta il vomito in un giro vizioso.
L’acetone 7 Ottobre 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione, Le grandi apprensioni, Salute, Uncategorized , 157 commentsChe cosa è l’acetone?
Cercherò di schematizzare e di semplificare a costo di fare arricciare il naso agli scienziati, ma con la quasi certezza di essere capito
- L’acetone è causato da una abnorme accumulo di corpi chetonici nell’organismo del bambino.
- I corpi chetonici si formano nel nostro organismo normalmente e regolarmente nel corso dello svolgimento del metabolismo dei grassi. (Per metabolismo si intende l’insieme delle reazioni chimiche che avvengono nell’organismo umano e che portano alla trasformazione degli alimenti introdotti in sostanze utili per la crescita, per lo sviluppo e per tutte le normali funzioni del corpo umano.)
- Le sostanze chimiche introdotte con gli alimenti sono composti fondamentalmente da tre grandi categorie di prodotti chimici, presenti in varia misura in tutti i cibi: proteine - grassi o lipidi - zuccheri o carboidrati.
- Ciascuno di questi alimenti viene trasformato nel nostro organismo, seguendo una sua via metabolica.
- Per l’acetone, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sul metabolismo dei grassi, nel corso del quale si producono i corpi chetonici.
- In condizioni normali questi corpi chetonici, una volta formatisi, proseguono immediatamente la loro trasformazione in altre sostanze e vengono quindi eliminati. Quando, per particolari condizioni, i corpi chetonici non vengono più trasformati ed eliminati, si accumulano nel sangue e danno luogo alla ” crisi di acetone”.
Quindi l’acetone è uno stato di malessere causato da un’eccessiva presenza nel sangue di sostanze, i corpi chetonici, che non dovrebbero esserci in così grande quantità.L’organismo tollera solo un certo livello di corpi chetonici, oltrepassato il quale comincia a presentare segni di malessere, perché queste sostanze finiscono per ” intossicarlo”.
Per questo l’acetone può essere anche definito un fenomeno di autointossicazione.
Quali sono le cause che determinano un’alterazione del metabolismo dei grassi?
Le cause sono molte: un breve digiuno, un disordine alimentare, una banale indigestione, una fatica fisica, uno stress emotivo, uno spavento, il cambiamento di clima, una banale influenza, malattie infettive, la diarrea, le parassitosi intestinali (un tempo nelle credenza popolare l’acetone veniva identificato con i vermi intestinali!) ecc.
Perché alcuni bambini soffrono di acetone e altri no?
Resta ancora ignoto il motivo per cui certi bambini siano più predisposti a essere colpiti da questo disturbo in occasione dell’intervento di fattori che, su altri bambini, non esercitano nessun effetto. Si pensa che più colpiti siano i bambini emotivamente più instabili, ma questo è vero solo in parte, forse un certo collegamento si può trovare tra stitichezza del bambino e acetone.
Di fatto si può essere certi di due cose :
- che il bambino predisposto è spesso figlio di genitori “acetonemici”.
- che il bambino predisposto ogni tanto “soffrirà di acetone”.
La crisi di acetone non è una malattia vera e propria, ben definita nei suoi sintomi, ma una situazione di malessere che si manifesta associata a particolari condizioni in cui si trova momentaneamente l’organismo del bambino.
Quali sono i sintomi di una crisi di acetone?
Nelle forme più leggere il bambino presenta diminuzione dell’appetito, aumento della sete, occhi cerchiati, saltuari dolori addominali (in genere il bambino indica la zona intorno all’ombelico), lingua biancastra e alito con un caratteristico odore acetonico, non particolarmente sgradevole, simile all’acetone usato dalle signore per eliminare lo smalto dalle unghie. È bene che il pediatra insegni alle mamme a riconoscerlo. Quasi sempre è presente anche stitichezza.
Con l’aumentare dell’acetone, può comparire anche mal di testa. Il bambino può mostrarsi sonnolento. Altre volte alterna momenti di irritazione a momenti di torpore. La madre riferisce di un bambino che ha sonno, ma che non riesce a dormire perché è nervoso (sonnolenza irritabile). Aumentando ancora lo stato tossico, ecco comparire il sintomo più importante: il vomito, caratterizzato da attacchi anche violenti. In un primo momento viene emesso il cibo, poi una volta svuotato lo stomaco, il vomito diventa giallastro, vomito biliare. Quest’ultimo aspetto spaventa molto la mamma, ma è normale vomitare bile quando lo stomaco è vuoto di alimenti. A questo punto può comparire anche la febbre, che peraltro può insorgere anche prima.
Un ulteriore peggioramento della situazione rende il bambino sempre più prostrato, con occhiaie, profondo pallore intenso, alito sempre più cattivo, lingua coperta da un patina spessa e biancastra, labbra secche, respiro più frequente. Se non si interviene, il bambino può anche arrivare al coma (coma acetonemico) e, specie se compare febbre, anche alle convulsioni febbrili.
Questa è la possibile evoluzione dell’acetone. Sicuramente, intervenendo con opportuni provvedimenti, non si arriva a queste situazioni di pericolo, che, in verità, sono rare anche quando non vengono messe in atto cure appropriate. Tuttavia è bene tenerle presenti, non per sopravvalutare il problema, ma per non essere impreparati nel caso in cui dovessero capitare.
Ai sintomi descritti devono essere aggiunti quelli delle eventuali varie malattie presenti (influenza, malattie infettive ecc.) che abbiamo già citato.
Nel prossimo post vedremo in che modo è possibile affrontare nella maniera migliore l’acetone.
A presto
Giuseppe Ferrari
È vero che il succhiotto ed il pollice deformano l’arcata dentale? 16 Giugno 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Educazione, I luoghi comuni, I si e i no, Le grandi apprensioni, Leggende metropolitante , 51 commentsE’ vero: il succhiotto, specialmente se viene dato pressoché ininterrottamente giorno e notte, deforma temporaneamente l’allineamento dei denti, per cui la linea di chiusura interdentale, fra i denti di sopra e i denti di sotto, non è più orizzontale ma assume un aspetto triangolare con il vertice a livello degli incisivi superiori. E’ però altrettanto vero che, quando viene abbandonato, la posizione dei denti ritorna alla normalità nel giro di poco tempo. Circa la possibilità di interferenza del succhiotto sul corretto sviluppo dei denti permanenti, esistono forti dubbi. Di certo si sa che se viene smesso prima dei 4 anni non si verifica nessuna influenza sull’allineamento dei denti permanenti.
Il problema deformazione dei denti è molto sentito dagli adulti (sembra essere più un loro problema) perché spesso sono preda di informazioni non corrette. E come molti dei problemi che, pur riguardando i bambini, sono gestiti dagli adulti, possono portare ad iniziative che non sono certo le più giuste.
E infatti sull’onda della convinzione che succhiotto e pollice a lungo andare rovinino i denti, in genere, un bel giorno, i genitori si svegliano al mattino e decidono che “Ormai sei grande e quindi è venuta l’ora di abbandonare il ciuccio!” E improvvisamente lo fanno scomparire. Questo è uno di tanti ingiustificati atti di crudeltà che vengono perpetrati per il “bene” del bambino.
E’ una delle purtroppo abituali intrusioni violente che gli adulti fanno nelle vita dei bambini, e spesso chi fa questo tipo di ragionamento e di intervento è proprio quella madre che ha dato al suo bambino nel modo non giusto il succhiotto.
Inizia così un periodo tormentato della vita del bambino e del suo rapporto con i genitori.
Abbiamo visto come il succhiotto sia per il bambino fonte di sicurezza, serenità, benessere e piacere. Eppur un bel giorno i genitori decidono di abolire in un solo colpo tutte queste gratificazioni. Tutto ciò, perché loro pensano che potrebbero venirgli i denti storti! Ed anche fosse così, nella peggiore delle ipotesi, al momento giusto, si applicheranno apparecchi correttivi per raddrizzarli. Del resto fra le generazioni nate e cresciute prima del boom della ortodonzia non si sono riscontrate particolari gravi e diffuse anomalie dei denti dovute al succhiotto. Ed il succhiotto è sempre esistito! Perfino i dentisti oggi non sostengono più questa teoria. Cito il famoso pediatra Americano T. Berry Brazelton che a questo proposito dice che: “In uno studio condotto da dentisti del Children’s Hospital di Boston su bambini con l’abitudine di usare il succhiotto o anche di succhiarsi il pollice e su bambini che invece non hanno preso ne l’uno ne l’altro, è stata riscontrata poca differenza nei due gruppi in merito alla necessità di applicazione successiva di apparecchio per i denti“. Infatti nella maggior parte dei casi è la spinta della lingua a deformare i denti dell’arcata superiore.
La reale causa di malformazioni della arcata dentaria che richiedono la applicazione di apparecchiature correttive dei denti sembra essere di origine genetica e quindi non dovuta a succhiotti o pollici vari. Certamente i bambini che continuano a succhiare anche dopo i cinque o sei anni diventano più a rischio.
In ogni caso, lasciate che sia il bambino a non volere più il succhiotto, perché altrimenti si possono avere come conseguenza grossi squilibri psicologici ed emozionali. Infatti il bambino privato del succhiotto spesso non riesce più ad autogestirsi, gli risulta difficile addormentarsi, si gira e rigira nel lettino in una specie di lotta, spesso rabbiosa con se stesso; durante il giorno può essere più irritato o più triste, talvolta può presentare momenti di regressione. Mi chiedo se i genitori non si inteneriscono e non riflettono quando vedono la gioia immensa e la ritrovata serenità del loro bambino quando ritrova il ciuccio che, secondo le bugie dei genitori, “un uomo nero ha portato via, è passato un cagnolino lo ha mangiato oppure è andato perduto ecc. ecc.” secondo la varia capacità di mentire degli adulti! Perché raccontare al proprio bambino delle bugie? E’ un comportamento poco etico e poco amorevole!
Normalmente, verso tra i due ed i tre anni il bambino smette il succhiotto, spontaneamente, abbandonandolo gradualmente, in genere ricorrendovi solo per addormentarsi. E, se questo bambino persiste nell’uso del ciuccio oltre i 4 anni, i genitori, piuttosto che rimproveralo o castigarlo, dovrebbero fare un esame di coscienza per chiedersi se hanno saputo costruire intorno al proprio bambino un ambiente adatto per serenità, tranquillità ed amore e non, invece, una situazione nevrotica carica solo di tensione ed ansia
Molti genitori, a proposito di danni da suzione, avversano ancora di più il pollice, ritenendolo ancora più dannoso.
Ricordando anche angosciose esperienze personali o di fratelli nelle quali veniva imposto di non succhiare il pollice con minaccia di castighi, per cui un atto che aveva funzioni di consolare e rilassare il bambino veniva vissuto come un atto di cui vergognarsi e da fare di nascosto. I motivi di questa avversione sono: ” il pollice può essere sporco o può macerarsi e quindi infettarsi”. Ma soprattutto anche per il pollice la ragione più sostenuta è quella che vale anche per il succhiotto: si rovinano i denti. La risposta a questi timori è la stessa data per il succhiotto
Il problema anche in questi casi però, sta non nella suzione ma nell’ambiente psicologico in cui vive il bambino.
Del resto, ad avvalorare la “naturalità” dell’atto della suzione del pollice, bisogna ricordare che il neonato possiede un riflesso istintiva e naturale che viene definito ” Riflesso mano - bocca” o riflesso di Babkin che consiste nel portarsi la mano verso la bocca. Questo riflesso il neonato lo mette in atto quando ha un fabbisogno, per esempio quando ha fame, e costituisce un primo rudimentale atto di autoconsolazione.
Anche per quanto riguarda la suzione del pollice, non bisogna commettere l’errore di costringere il bambino a smettere. Non bisogna assolutamente usare quegli accorgimenti vecchi e un po’ crudeli quali mettere sostanze amare, cerotti, scotch, guantini. Chi scrive ricorda un bambino che diceva che il suo pollice aveva un buon gusto di arancio. E’ facile pensare quale delusione sarebbe stata per lui trovarsi un dito incerottato e di gusto sgradevole.
E’ meraviglioso osservare come i succhiatori di pollice si ficchino immediatamente in bocca il dito alla comparsa della più piccola controversia o quando sentono arrivare il sonno.
Alcuni bambini usano perfino due succhiotti. Uno in bocca l’altro per strofinarsi il naso, altri il dito in bocca e la mano che attorciglia l’angolo del cuscino, altri ancora succhiano tutte le dita della mano, altri vogliono sempre la stessa coperta o lo stesso pupazzo, altra ancora si accarezzano i capelli senza tralasciare di tenere il dito in bocca. Di fronte a questo imperioso bisogno di succhiare e, soprattutto in considerazione della grande gratificazione e sicurezza che ne traggono, diventa un atto di crudeltà verso i bambini impedire loro di usare questi innocui mezzi di autoconsolazione.
Nel prossimo post tireremo le somme su quanto detto fin qua sull’uso del succhiotto.
A presto
Giuseppe Ferrari
Il corretto utilizzo del succhiotto 6 Giugno 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Educazione, I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Leggende metropolitante , add a commentTorniamo a parlare del succhiotto, come abbiamo fatto nel post precedente.
Nel momento in cui i genitori scelgono di dare al proprio bambino il succhiotto è opportuno osservare qualche precauzione, ma senza esagerare. Prendiamo ad esempio l’aspetto igienico. Sicuramente non è sufficiente lavare sotto l’acqua del rubinetto un succhiotto caduto per terra. Ancora peggio è quello che vedo fare da alcune madri, che lo raccolgono, lo mettono in bocca, lo lavano con la loro saliva e lo rificcano in bocca al bambino. Per avere un comportamento igienico più sicuro è necessario ricorrere alla immersione in soluzioni antisettiche o addirittura alla bollitura. Ma mi chiedo: è proprio necessario ricorrere a metodi così rigorosi?
Nelle normali tappe dello sviluppo e della crescita del bambino è prevista anche l’acquisizione della immunità, cioè dalle capacità di difendersi dai comuni germi. Ed il metodo migliore per acquisirla è venire a contatto con questi germi. Consiglierei quindi di non esagerare. Se cade il succhiotto, lavatelo con l’acqua del rubinetto. Vi suggerisco una certa attenzione in caso di mughetto al cavo orale. In questo caso dopo averlo lavato e bollito, ponete il succhiotto a bagno in acqua bollita con l’aggiunta di bicarbonato.
Un errore da evitare è invece quello di intingere il succhiotto nello zucchero o nel miele, ciò non è assolutamente richiesto dal bambino ma è un vizio indotto dai genitori che hanno dato il succhiotto nel modo sbagliato.
Il succhiotto è stato messo sotto accusa come fonte di alcuni guai per i bambini quali
- infezioni al cavo orale, alla gola ed alle orecchie
- deformazioni dell’arcata dentale
Qualche ricercatore sta conducendo studi per verificare se succhiare tutto il giorno il succhiotto può essere causa di infezioni all’apparato orofaringeo (bocca, naso, gola ed orecchie). Non conosco il metodo utilizzato per questo ricerche, per cui posso solo dirvi: attendiamo l’esito di questi studi. Sicuramente la persistenza di un oggetto estraneo a lungo in bocca potrebbe favorire la colonizzazione e le moltiplicazione di germi. Personalmente ho il timore che, ma non mi riferisco a questo caso di cui non conosco il metodo utilizzato, che sui bambini vengano condotte ricerche per ottenere i risultati che si è prefissato di ottenere. L’importante che queste ricerche non siano invasive per i bambini, e questa sui succhiotti non mi sembra certamente invasiva.
Ritorneremo presto sull’argomento succhiotto, occupandoci della paura diffusa che crei delle deformazioni all’arcata dentaria.
A presto
Giuseppe Ferrari
Le tonsille 12 Maggio 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Leggende metropolitante, Salute, Uncategorized , 193 commentsDopo aver visto i problemi legati alle adenoidi, oggi parleremo di quelli legati alle tonsille. Anche in questo caso sono di due tipi :
- Ostruttivi ( meccanici) ;
- Infiammatori.
Ostruttivi (meccanici):
Sono molto rari. Si verificano in quei casi in cui le tonsille sono talmente grandi da causare un ostacolo respiratorio così importante che può portare addirittura a delle condizioni di insufficienza respiratoria oppure, nei casi meno gravi, a una situazione che prende il nome di sindrome di sonnolenza‑apnea. Questa evenienza è caratterizzata da sonnolenza durante il giorno e da interruzione dei respiro durante la notte. Il fenomeno si verifica soprattutto quando il bambino dorme disteso supino. In questo caso egli può avere una sensazione di soffocamento e svegliarsi spaventato.
L’aumento di volume delle tonsille può causare molto raramente un altro disturbo caratterizzato da alterazione della voce (voce da “patata bollita”) e da difficoltà della deglutizione con rifiuto di ingerire cibi solidi.
Cosa fare quando le tonsille rappresentano un ostacolo meccanico alla respirazione?
Bisogna toglierle! Si deve procede alla cosiddetta “tonsillectomia”. In realtà, come ho detto, si tratta di casi rarissimi.
Infiammatori:
Sono molto più frequenti. E sono dovuti al ripetersi di frequenti tonsilliti batteriche. Le tonsilliti batteriche sono caratterizzate da febbre alta che dura 4 o 5giorni, dalla presenza di placche (essudato biancastro) e da un ingrossamento e dolenzia delle ghiandole del collo, in particolar modo quelle situate sotto l’angolo della mandibola.
Non devono essere confuse con le tonsilliti di origine virale (le più frequenti nei bambini che frequentano asili e scuole) che sono contraddistinte da febbre che dura 1‑2 giorni e da un modesto arrossamento della gola senza presenza di placche e senza evidenti ingrossamenti delle ghiandole del collo.
Cosa fare in caso di frequenti tonsilliti?
Il primo passo è quello di essere certi della natura delle tonsilliti: tonsilliti batteriche o tonsilliti virali.
Dopo un certo numero di infezioni tonsillari batteriche (placche in gola, febbre che dura più giorni, dolenza del ghiandole sottomandibolari) il bambino deve essere sottoposto ad esami di sangue specifici e ad un tampone faringeo (ricerca di germi direttamente sulle tonsille). A secondo dell’esito degli esami seguiranno comportamenti diversi.
Quali gli esami?
Velocità di sedimentazione (VES) - Esame Emocromocitometrico - Titolo antistreptolisinico (Titolo ASLO) - proteina C reattiva - Streptozyme - tampone faringeo.
Eseguiti questi esami specifici potremo avere due risultati che daranno adito a soluzioni differenti:
- Se gli esami sono normali:
Si curano gli eventuali singoli episodi di tonsillite batterica (mi raccomando deve essere batterica) con antibiotici per la durata di almeno 8‑10 giorni.
Se gli episodi si ripetono, bisognerà ricontrollare di nuovo gli esami dopo almeno 3‑4 episodi.
- Se gli esami sono alterati:
la prudenza consiglia di somministrare antibiotici in occasione di qualunque episodio febbrile. Se, ad ulteriori controlli, gli esami sono sempre alterati o addirittura peggiorati e se persistono episodi di tonsillite batterica, ci troviamo di fronte a uno dei casi, per la verità abbastanza rari, nei quali si deve procedere alla tonsillectomia.
I pediatri americani suggeriscono come limite di attenzione la presenza, in un bambino di : 7 tonsilliti batteriche in un anno - 5 tonsilliti batteriche per anno in due anni successivi - 3 tonsilliti batteriche per anno in tre anni successivi.
A presto
Giuseppe Ferrari
Le adenoidi 5 Maggio 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 441 commentsChe cosa sono le adenoidi?
Le adenoidi sono piccole masse di tessuto linfatico situate nella parte alta della gola o più esattamente là dove le vie nasali sboccano nella gola stessa. Svolgono una complessa funzione di difesa, importantissima per l’organismo del bambino soprattutto nell’età compresa fra la nascita e l’adolescenza.
Problemi legati alle adenoidi
Possono essere di due tipi : ostruttivi (meccanici) o infiammatori.
Le adenoidi molto voluminose (si parla di ipertrofia delle adenoidi) rappresentano un serio ostacolo (problema meccanico) alla respirazione.
In questo caso il bambino tende a stare sempre con la bocca aperta (respirazione buccale), di notte respira rumorosamente o addirittura russa, presenta una voce di tipo nasale che si mette in evidenza particolarmente facendogli pronunciare parole che hanno molte “n” (nonna, nonnulla ).Questi disturbi diventano importanti solo se permangono a lungo; possono infatti portare a un’alterazione dell’aspetto fisico del volto del bambino che prende il nome di “faccia adenoidea”.
Il bambino con le adenoidi grandi, specie nei mesi invernali, soffre spesso di frequenti raffreddori nel corso dei quali può presentare, talvolta, mal d’orecchio.Il mal d’orecchio ha in questi casi un andamento altalenante, con momenti di dolore e momenti di pausa.Il bambino afferma di sentire meno bene e qualche volta dice di avvertire come delle bolle d’aria che si aprono nell’interno della testa.E’ presente anche una abbondante secrezione nasale, non compare secrezione dall’orecchio (da non confondere con il cerume che esce quando, sbagliando, vengono messe le gocce nell’orecchio ).
Questi sintomi sono la conseguenza dell’accumulo di catarro nelle tube dell’orecchio che non può scaricarsi nel naso o nella gola a causa dell’ostruzione adenoidea.
Cosa fare in caso di disturbi delle adenoidi?
Abbondanti e frequenti lavaggi nasali con soluzione fisiologica.In caso di ripetuti ed intensi mal d’orecchio una terapia ( che deve essere assolutamente prescritta dal medico) con antibiotici e cortisone e… attesa.In genere i disturbi delle adenoidi scompaiono nel giro di 3 anni.Se dopo questo tempo, il bambino continua a respirare a bocca aperta, se i raffreddori sono caratterizzati da uno scolo nasale francamente purulento (adenoiditi), se i mal d’orecchio sono vere e proprie otiti con secrezione sierosa o purulenta (problemi infiammatori) e se questi inconvenienti sono molto frequenti (3/4 volte nel periodo invernale) e, ancora, se le opportune terapie con antibiotico e altri farmaci non hanno ottenuto un miglioramento della situazione, è necessario asportarle chirurgicamente (adenoidectomia).
Nel prossimo post ci occuperemo dei disturbi legati alle tonsille.
A presto
Giuseppe Ferrari
L’appetito 9 Aprile 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione, Le grandi apprensioni, Leggende metropolitante , 345 commentsTra i motivi per cui le mamme si rivolgono ai pediatri , quello relativo all’appetito è uno dei più frequenti.
I genitori si preoccupano molto per la mancanza di appetito, hanno ragione?
Sicuramente l’appetito, anzi il buon appetito, è un parametro importante, forse il più importante, per giudicare lo stato di benessere di un bambino. I pediatri sanno che il primo segno dell’inizio della guarigione da una malattia è la ripresa dell’appetito. Tuttavia qualche volta i bambini, pur non essendo ammalati, possono non avere un buon appetito. Il problema è riuscire a tranquillizzare in modo convincente le mamme sul fatto che qualche volta i bambini possono anche “mangiare di meno”. Meno di che cosa? Perché il problema è sopratutto capire che cosa intendono alcuni genitori per mangiare “meno” o “poco” o addirittura “niente”.
Fra l’altro in genere le mamme quasi sempre mi dicono: “Il mio bambino non mangia niente!”.
Per capire esattamente di che cosa si tratta e quindi dare il consiglio giusto cerco di chiarire alcuni aspetti :
· che cosa intendono le mamme per “non mangia niente”
· il periodo di durata dello scarso o nullo appetito
· lo stato di benessere o di non benessere del bambino (perdita di peso, di vivacità, di energia e di vitalità, cambiamento di umore)
· l’ età del bambino
Se interrogo con attenzione le mamme, emerge che con la definizione “non mangia niente” esse intendono molte situazione che nulla hanno a che fare con la mancanza di appetito, vi cito le più comuni:”non mangia frutta e verdura” – “non fa merenda” – “al mattino prima di andare alla scuola materna non mangia il latte” - “non mangia quello che gli preparo e vuol mangiare quello che vuole lui” – “mangia solo porcherie” ecc. “. La cosa divertente è che, per esempio, si dimenticano di citare le cose che loro credono non fondamentali. Spesso si dimenticano della colazione (ed invece il bambino ha mangiato 250 gr di latte intero con biscotti o burro e marmellata). Se lo fai notare ti rispondono”sì, però a mezzogiorno non ha mangiato la frutta o la verdura” (assolutamente inutili per una alimentazione di un bambino che ha bisogno di sostanze che gli forniscano energia e che lo facciano crescere).
Insomma per “non mangia niente”molto spesso la mamma intende che il bambino non mangia quello che lei ritiene che debba mangiare.
Il lattante che non mangia
Per quanto riguarda il lattante (primi 4 mesi) in genere la diminuzione dell’appetito è di breve durata ed è conseguenza o di una breve malattia o di un banale eccesso alimentare o di una temporanea cattiva digestione.
Durante queste indisposizioni il bambino può presentare anche qualche piccola scarica diarroica o qualche modesto vomito. In tale evenienza purtroppo, spesso la madre commette l’errore di forzare il bambino a mangiare, ottenendo il risultato di peggiorare la mancanza di appetito ed aumentare il vomito e la diarrea.
Il modo corretto di comportarsi è quello diametralmente opposto. “Non vuoi mangiare, ebbene io te ne do ancora di meno!” In altre parole bisogna sospendere l’alimentazione normale, il latte, e sostituirlo con una dieta quasi esclusivamente idrica: tè leggero, brodo di verdura, acqua di riso nelle uguali quantità di latte. Per 1/2/3 pasti, molto raramente anche per 24 ore. Sicuramente dopo questa dieta il bambino riprenderà a mangiare con buon appetito. L’unico e vero problema è convincere la “famiglia” (mamma , papà, nonne comprese!) a sospendere l’alimentazione.
Se poi, presi questi provvedimenti, l’appetito non riprende, sarà necessario non sottovalutare la situazione ricercando con l’aiuto del pediatra la causa del perdurare della mancanza di appetito.
La faccenda si complica quando “non mangiano” i più grandi (dal 6° mese in poi).
Approfondendo in realtà apprendo che il bambino mangia questo, quello, le porcherie, insomma che mangia più che a sufficienza, infatti è un bambino sano vivace che corre gioca fa sport…ma !? Come ho detto sopra, non mangia quello che la sua mamma , ricordando la sua infanzia, crede debba mangiare.
Nella attuale situazione socioeconomica del nostro paese il problema se mai è che alcuni bambini mangiano troppo con i relativi problemi (con percentuali di obesità stimabili intorno al 10/15% ed anche di più).
Numerose sono le ragioni che a quest’età possono determinare una situazione di scarso appetito; a partire dalla dentizione (per i più piccoli), per passare attraverso temporanee indisposizioni, a problemi psicologici (nascita del fratellino, l’asilo, la scuola, la mamma che lavora ecc.).
Esistono poi (come ho gia detto) i bambini che mangiano naturalmente poco.
Infatti nell’ambito della normalità ci sono bambini “mangioni” e bambini che “mangiano poco”. A proposito di questi ultimi desidero spendere due parole.
La vita moderna, specie quella che si svolge in città, è una vita innaturale per i bambini. Purtroppo passano la giornata facendo pochissimo movimento. Spesso trascorrono interi pomeriggi davanti al televisore o, se frequentano scuole a tempo pieno, invece dì svolgere attività sportive o motorie, vengono tenuti in aula impegnati in attività sedentarie.
Molti bambini che fanno questo tipo di vita sono pallidi con occhiaie, lingua biancastra, alito cattivo. Questi sono i bambini che “mangiano poco”. Ma forse è una fortuna: infatti essi non hanno nessuna possibilità di “bruciare” convenientemente i cibi che introducono. Come si può pretendere quindi di farli mangiare di più!? Se mangiassero di più sarebbero inevitabilmente candidati a vari disturbi, come obesità o crisi di acetone ecc.
Spesso questi bambini, per fortuna, sono magri. Cerco di convincere i genitori non a tentare di rimpinzarli contro la loro volontà, ma al contrario stimolare il loro appetito, inducendoli a consumare di più facendo sport, passeggiate, corse, giochi all’aperto, in definitiva con una buona attività motoria.
Non commettete l’errore specie con i più grandicelli di gratificarli con alimenti ritenuti più gradibili. Quegli alimenti che, come ho già detto, vengono impropriamente definiti “porcherie”. Le brioche, le merendine, i dolci, i cioccolatini, caramelle non sono cibi “cattivi” (specie se sono di buone marche), sono cibi di cui le mamme fanno un “cattivo” uso.
E allora come fare? È certamente più corretto lasciare libero il bambino di avere più o meno appetito. Lasciate pure che per un certo periodo mangi poco, passato qualche tempo sicuramente riprenderà ad avere appetito. Nel corso dell’età pediatrica è normale che esistano momenti in cui i bambini mangiano meno. Questi sono sempre seguiti dalla ripresa spontanea dell’appetito. Importante è che tutte le altre funzioni siano normali: normale crescita, normale vivacità, normale forza, normale umore.
Esistono medicine che fanno venire l’appetito?
NO! Non esistono farmaci innocui che stimolano l’appetito. In effetti esistono farmaci che aumentano l’appetito, ma sono farmaci che entrano nella categoria del doping. Spero che nessun genitore voglia “dopare” i propri figli per l’appetito!!!
Bravo quel pediatra che con molta pazienza fa opera di convincimento e di tranquillizzazione sulla mamma, indicandole quali sono gli errori da evitare e chiarendo che, se il bambino è in buone condizioni generali, lo scarso appetito non è un problema.
Per finire mi sta a cuore dirvi :
ricordate che i bambini “mangiano per vivere” e non vivono per mangiare.
Quando, con la crescita, il comportamento dettato dall’istinto viene sostituito da quello dettato dalla razionalità, il bambino, se riceve una cattiva educazione alimentare, può incominciare a “vivere per mangiare”.
A presto
Giuseppe Ferrari
