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Il reflusso gastroesofageo del lattante 18 novembre 2015

Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione,Salute , 14 comments

Il Reflusso Gastro Esofageo (RGE) è un disturbo  (non una malattia) di riscontro piuttosto  frequente soprattutto nel lattante

La sua definizione significa  passaggio involontario del contenuto  dello stomaco nell’esofago  ( in condizioni normali avviene il contrario : è il contenuto dell’esofago che passa nello stomaco)

 

Da cosa è determinato?

È determinato dal rilassamento di un anello muscolare (il cardias) che normalmente si chiude quando lo stomaco, ripieno di cibo, si contrae. Non chiudendosi il  cardias il contenuto (gastrico) dello stomaco tende a risalire  ( refluire ) nell’esofago. Appunto : Reflusso Gastro Esofageo

Nella stragrande maggioranza dei casi non viene considerata  una vera malattia .

Sta alla professionalità del pediatra la decisione se sia necessario  approfondire  accertamenti diagnostici o limitarsi a controllare il bambino nel tempo  e  rassicurare i genitori sulla benignità e transitorietà del disturbo.

 

Aspetti clinici

Dal punto di vista clinico ( e quindi dei disturbi che provoca ) si distinguono  vari gradi di reflusso.

Forme lievi,

la maggior parte dei sintomi sono rappresentati da continui rigurgiti che in genere non interferiscono sulla crescita del bambino. Tali forme si risolvono spontaneamente, verso il 6-7° mese di vita con l’assunzione di pasti solidi e con la postura verticale. Non necessitano di  alcun trattamento.

La formuletta  è : rigurgiti + crescita = nessun intervento farmacologico , dieta ispessente e postura verticale

Forme con  disturbi collaterali

Il ritorno  del contenuto gastrico  (che è molto acido) nell’esofago, non  “attrezzato”  contro l’acidità, può determinare  una irritazione delle sua parete che a sua volta provoca una condizione dolorosa per il bambino .In questo caso il bambino mostra uno stato di  irrequietezza permanente , scoppi di pianto improvvisi  e  frequenti , alle volte si contorce in preda a spasmi dolorosi , talvolta già durante la poppata improvvisamente smette di succhiare ed urla , questa sintomatologia può far passare notti insonni.

La formuletta  è : rigurgiti + disturbi segnalati + crescita = terapia mirata a migliorare la qualità della  vita del bimbo e…… della famiglia

Forme con compromissione della crescita (, poco frequenti),

Il rigurgito è così abbondante e frequente da interferire con un normale accrescimento e dare lesioni al tratto finale  finale dell’esofago con esofagite e dolori intensi viene considerato un reflusso gastroesofageo patologico.

La formuletta è: rigurgiti + disturbi segnalati + scarsa crescita od arresto della crescita = approfondimento diagnostico + terapia conseguente

 

Quando sospettare un reflusso gastroesofageo patologico?

Il reflusso gastroesofageo patologico può esprimersi clinicamente attraverso:

 

Come si manifestano i sintomi atipici?

Li  definisco “danni collaterali”

La sintomatologia atipica del reflusso gastroesofageo è rappresentata essenzialmente dalla patologia respiratoria ed in particolare dall’asma bronchiale e dal laringospasmo.

Se tali patologie siano effettivamente sostenute unicamente dal RGE è a tutt’oggi ancora controverso. Indubbiamente, comunque, il RGE è in alcuni casi una concausa importante di queste affezioni.

Pertanto, di fronte ad un bambino non allergico, con asma bronchiale persistente e non associata a fenomeni catarrali delle alte vie respiratorie, è opportuno ricercare l’eventuale presenza di RGE.

Analogamente, in presenza di allergie e di asma bronchiale particolarmente resistente ai comuni trattamenti oppure , infine, di fronte ad un bambino che presenti una condizione di laringospasmo non chiaramente definibile dal punto di vista eziopatogenetico (di quale origine?), bisogna  escludere che un RGE sia alla base delle manifestazioni cliniche.

Altri sintomi respiratori che possono far sospettare un RGE patologico sono rappresentati da: tosse persistente non spiegabile, raucedine, bronchiti/broncopolmoniti ricorrenti.

 

Quali sono gli esami strumentali utili nella diagnosi di RGE?

La pH-metria delle 24 ore è l’esame di scelta per la determinazione del RGE. Questo esame consente la registrazione, per un periodo di 24 ore, del numero di episodi di reflusso gastroesofageo (definito come valore di pH esofageo <4), della loro eventuale correlazione con la posizione del bambino e con l’assunzione del cibo. Non prevede anestesia generale e non espone i bambini a radiazioni.

In caso di manifestazione di RGE con sintomi atipici la pH-metria delle 24 ore è senza dubbio l’indagine di scelta.

L’endoscopia esofago-gastrica e biopsia esofagea/gastrica è l’esame di prima scelta per la documentazione dell’esofagite complicanza del RGE (infiammazione della mucosa esofagea). E’ un esame invasivo

L’esame radiologico delle prime vie digerenti è necessario nel sospetto di malformazioni di tipo anatomico (ernia iatale, malrotazione, etc.). E’ un esame invasivo , per la determinazione del RGE  presenta un significativo numero di errori ed espone il bambino ad una quantità non trascurabile di radiazioni.

La scintigrafia valuta l’entità e la velocità dello svuotamento gastrico; consiste nella ingestione, da parte del paziente, di un pasto contenente  una sostanza  radioattiva . Esame invasivo

L’ecografia è l’indagine meno affidabile perché le difficoltà nella standardizzazione del metodo e soprattutto nella interpretazione dei risultati non permettono di ottenere una soddisfacente definizione diagnostica del Reflusso Gastro Esofageo.

 

Come si cura?

La terapia varia  a seconda  del grado clinico e della manifestazione sintomatologica del RGE.

Terapia posturale: si mette il bambino seduto sdraiato supino  con il tronco sollevato di circa 40  gradi . per vostra conoscenza sappiate che viene anche consigliata una particolare  posizione prona con il capo rialzato di circa 30° sul piano orizzontale. Personalmente non ne sono convinto

Terapia ispessente e dietetica: nel lattante è  si può aumentare  la consistenza dei pasti con l’aggiunta di cereali al latte; inoltre, talvolta, può essere utile aumentare il numero dei pasti/die, riducendone la singola quantità. Nel bambino più grande è consigliata una dieta che  offra un corretto contenuto calorico , evitando però un eccesso di grassi in genere ed in particolare evitando cioccolato, tè, caffè, bevande gassate e/o ghiacciate.

Terapia farmacologica: farmaci favorenti lo svuotamento gastrico e/o ad azione antiacida possono essere utilmente impiegati nella terapia del RGE non complicato. Nel caso di una esofagite documentata mediante endoscopia è indicata anche la somministrazione di farmaci (lansoprazolo) che agiscono bloccando o inibendo la secrezione acida da parte dello stomaco.

Terapia chirurgica: trova indicazione in assenza di risposta alla terapia medica od in situazioni particolari, quali gravi crisi di laringo- e/o broncospasmo o di RGE secondario a malattie neurologiche.

Commento

Il RGE costutisce un problema controverso : chi dice che è sempre esistito , chi dice che invece è in aumento, chi dice di  non curarlo perché non esiste nessuna terapia decisiva (forse la chirurgica- comunque limitata a casi veramente rari), chi dice di curare alcuni sintomi che sono alla base della qualità della  vita del bambino (ed io sono fra questi) perché esistono farmaci che possono essere utili a tal fine.

Altra cosa su cui concordo è che ci sono sempre più bimbi a cui viene diagnosticato ( non significa che i bambini  ne siano effettivamente affetti – vengono diagnosticate anche una quantità di allergie alimentare quando in realtà sono piuttosto rare).

Le presunte ragioni : diagnosi di comodo per le mamme e per i pediatri? Aumento dello  stress nel rapporto mamma /bambino ? Responsabilità “iatrogene”  da invio/ scarico da parte del pediatra agli “specialisti?

 

In ferie fino al 23 agosto 1 agosto 2015

Posted by Giuseppe Ferrari in : Uncategorized , comments closed

Cari mamme e papà,

 

il sito Il bambino felice sarà in ferie dal 1° al 23 agosto.

Al rientro, cercherò di rispondere comunque ai vostri post.

A presto,

Giuseppe Ferrari

La stitichezza 18 ottobre 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione,Salute , 33 comments

Il problema stitichezza del bambino è, a ragione, ritenuto dai pediatri meno importante del problema diarrea. Per le mamme non è così! Il punto di vista dei pediatri è sostanzialmente corretto perché la diarrea può compromettere la crescita del bambino, mentre la stitichezza, se non è dovuta a rarissime malformazioni intestinali, è solo un disturbo fastidioso, ma non un ostacolo al normale sviluppo. Tuttavia il problema non va sottovalutato.

Nel lattante alimentato esclusivamente con latte materno, la stitichezza, che in questo caso è caratterizzata dall’assenza di feci per uno o più giorni, seguita poi dall’emissione di piccole quantità e poi da nuove interruzioni, è legata al latte materno e indica che questo è ancora abbastanza (infatti il bambino mangia, dorme e cresce), ma è ai limiti della sufficienza, per cui la stitichezza è un segnale che il bambino dà alla mamma per avvisarla che il suo latte presto non gli basterà più.

 

 

Quanti giorni può stare senza andare di corpo un lattante?

Alcuni pediatri dicono giustamente anche una settimana! Conoscendo l’apprensione delle mamme (che ragionano da adulte per le quali la stitichezza costituisce un grave disagio, mentre per i bambini non lo è!) suggerisco di stimolarli dopo tre giorni di assenza di feci.

Se la stipsi si accentua, è buona cosa continuare con il latte materno, introducendo anche un pasto di latte artificiale. Se il bambino riprende a evacuare, tutto a posto, se persiste la stitichezza aggiungo un altro pasto e così via, fino a ottenere un ritmo di evacuazioni normale.

Nel lattante alimentato solamente con latte artificiale saranno sufficienti piccole modifiche della dieta con aggiunta di farine contenenti zuccheri che facilitano la formazione di feci più morbide.

In caso di alimentazione con latte vaccino, la stitichezza può essere causata da un eccesso di latte che, invece di essere somministrato opportunamente diluito con acqua, viene dato intero.

Nel bambino con un’alimentazione più complessa (dopo lo svezzamento) la stitichezza è rappresentata o dall’assenza di feci o dall’emissione di feci particolarmente difficoltosa. Il bambino può quindi presentare questi due aspetti della stitichezza: o emettere con difficoltà feci di consistenza molto dura, almeno una volta al giorno, o non evacuare tutti i giorni (con intervalli anche di più giorni).

Purtroppo l’uso moderno della raffinazione dei cibi comporta inevitabilmente una diminuzione delle fibre cosiddette grezze nell’alimentazione. Per questo motivo la terapia per la stitichezza dopo l’epoca dell’allattamento deve tendere, qualunque sia l’età del bambino, ad aumentare nella dieta il contenuto di fibre grezze.

Pertanto, nei bambini tra i sei mesi e l’anno di età, la stitichezza, anche se molto rara, deve essere combattuta sia con l’aggiunta nel latte di farine di cereali, sia con la sostituzione dei brodi di verdura con passati vegetali. utile può essere anche somministrare abbondanti dosi di frutta, anche cotta, e proporre spesso yogurt normali o con frutta. L’azione stimolante della frutta sembra essere più spiccata se viene mangiata a digiuno.

Nei bambini più grandicelli in caso di stitichezza bisogna aumentare la quantità di fibre nell’alimentazione. A questo proposito è opportuno conoscere i contenuti di fibre grezze o vegetali nei vari alimenti. Ecco il contenuto in fibre in alcuni alimenti: crusca 35%, pane integrale 17%, fagioli 10%, carciofi 7%, riso 4,2%, carote 2,9%, pera 2,6%, prugna 1,5%.

Come si vede è la crusca l’alimento più efficace. Ma non è facile costringere un bambino a mangiare la crusca, sia perché non si scioglie sia perché il piccolo “sente” in bocca qualcosa di strano che gli dà fastidio e non gradisce. Vi suggerisco un utile stratagemma (funziona quasi sempre): aggiungete a tutti i cibi liquidi (latte, yogurt, minestrine) quantità piccolissime di crusca progressivamente crescenti (ma proprio pochissimo per volta). Il bambino non si accorgerà di nulla e introdurrà una quantità sempre maggiore di fibre. Fermatevi quando andrà di corpo una volta al giorno! Per quanto riguarda verdura e frutta, spesso il bambino non le mangia volentieri e anche un modesto aumento di questi componenti alimentari non viene accettato.

Volutamente non intendo parlare della stitichezza dovuta a malformazioni intestinali, dal momento che sono rarissime e perché, oltre alla stitichezza, provocano altri gravi disturbi quali scarsa crescita, anemia, dolori. Anche la madre più ansiosa non deve assolutamente farsi passare per la mente questa ipotesi.

 

 

Si possono o si devono usare lassativi o purganti in caso di stitichezza del bambino?

La risposta è no, perché l’uso di tali medicamenti nei bambini è difficile, in quanto è difficoltoso il loro dosaggio. Infatti talvolta le mamme, non ottenendo nessun risultato con basse dosi di lassativo o di purgante, commettono l’errore di aumentarne la quantità fino a provocare diarrea. Il purgante usato per lungo tempo può diventare causa di stitichezza una volta sospeso, perché l’intestino si è abituato a essere aiutato e quindi da solo si rifiuta di funzionare. fra i pochi farmaci concessi ci sono quelli contenenti lattulosio, uno zucchero che non viene assorbito dall’intestino e quindi facilita il transito e la formazione di feci morbide. Può provocare molta aria nell’intestino con relativi dolori addominali. Nei casi in cui si instauri il ciclo vizioso “stitichezza (e quindi dolore), ancora più stitichezza (ancora più dolore)”, l’uso di purganti associati a clisteri può sbloccare la situazione e quindi consentire la ripresa di un normale ciclo di emissione di feci. Deve però essere una decisione lasciata al medico.

Un ultimo aspetto importante è quello che riguarda la rieducazione alla soddisfazione dello stimolo. Oltre a mettere in atto i vari procedimenti (dieta, medicine, stimolazioni) è utile riabituare i bambini a emettere le feci. Questo procedimento si attua mettendoli sul vasino subito dopo il pasto per sfruttare la naturale tendenza a evacuare in tale momento; per i più grandicelli, invitandoli a sedere sul water al risveglio sfruttando, in questo modo, un altro riflesso naturale.

 

 

I clisteri e le supposte

Sia la classica peretta, sia le supposte o i piccoli clisterini di glicerina che si trovano in commercio possono e devono essere usati, specialmente in quei casi in cui più giorni di stitichezza hanno provocato la formazione di feci così solide da costituire una specie di tappo doloroso da emettere. Tali pratiche non dovrebbero diventare abituali, ma devono essere messe in atto tutte le volte che si rendono necessarie (in realtà molto frequentemente). In ogni caso è opportuno ruotare i vari procedi- menti. Pur non dando in genere assuefazione, è preferibile non utilizzare sempre il clistere o sempre la supposta, bensì una volta l’uno, una volta l’altro.

Celiachia: come riconoscerla e che cosa fare 11 ottobre 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione,Le grandi apprensioni,Salute , add a comment

Oggi se ne parla molto, ma quali sono i segnali che dovrebbero attirare la nostra attenzione di genitori?

La celiachia, o intolleranza al glutine, è caratterizzata da una diarrea cronica con evacuazione di feci molto abbondanti (la mamma si meraviglia di quante feci emette il bambino in rapporto a quanto mangia) associata a scarso appetito, scarsa o nulla crescita sia di peso che di altezza, irritabilità, anemia. È un disturbo dovuto all’intolleranza al glutine, proteina contenuta in tutti i cereali a esclusione di riso, mais e tapioca. Inizia pochi mesi dopo lo svezzamento, in genere verso l’ottavo-decimo mese di vita. In realtà la malattia celiaca è qualcosa di molto più complesso di una semplice diarrea cronica, dal momento che può coinvolgere altri organi e apparati, e molte volte viene scoperta in età adulta per la comparsa di altri sintomi, senza che ci siano mai stati disturbi intestinali.

La cura è essenzialmente dietetica e consiste nell’eliminazione assoluta del glutine dagli alimenti (pane, pasta, biscotti, fette biscottate ecc.). In commercio esistono tutti questi alimenti confezionati senza glutine, per cui mantenere una dieta adeguata è relativamente semplice. La dieta priva di glutine va rispettata per tutta la vita e non provoca effetti negativi sulla crescita e sullo sviluppo del bambino.

Normalmente si consiglia di introdurre il glutine oltre il sesto mese. Negli ultimi tempi molti gastroenterologi pediatrici suggeriscono di farlo anche prima (al quarto mese), perché sostengono, e non hanno torto, che, se il bambino è intollerante, lo è anche con l’introduzione ritardata del glutine. Personalmente ritengo che, siccome il piccolo cresce bene anche con una dieta che non contiene cereali con il glutine e che ha il maggiore aumento di peso nei primi sei mesi di vita, perché “stuzzicarlo” con un alimento potenzialmente dannoso nella fase di maggiore crescita? Il buon senso suggerisce di aspettare!

Quali esami si devono effettuare in caso sospetto di celiachia?

Si comincia con l’eseguire i test sierologici (sul sangue) che sono rappresentati dalla ricerca di anticorpi antitransglutaminasi, anticorpi antiendomisio, immunoglobuline IgA e anticorpi antigliadina (meglio conosciuti come aga). Per i bambini sopra i due anni è sufficiente dosare gli anticorpi antitransglutaminasi.

Se i test sierologici sono positivi, bisogna assolutamente eseguire una biopsia intestinale. Non si può fare una diagnosi di malattia celiaca se non c’è almeno una biopsia intestinale positiva. 

Il mughetto 23 settembre 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Le grandi apprensioni,Salute , add a comment

Il mughetto è un’infezione dovuta a un fungo che prende il nome di Candida albicans. Normalmente si localizza alla bocca, ma può anche, nei casi più gravi, diffondersi in tutto l’organismo. La contaminazione della bocca del bambino avviene nel momento del passaggio nel canale del parto (se affetto da mughetto) o attraverso le tettarelle o le mani contaminate. L’età più colpita è quella compresa tra i primi giorni e i primi due-tre mesi di vita. Il mughetto è caratterizzato dalla comparsa di piccole chiazzette biancastre sulla lingua, sul palato e all’interno delle guance, chiazzette che possono inizialmente essere scambiate per latte coagulato. Se non si interviene, i punti bianchi tendono a unirsi fra loro e a formare una patina continua. Questa patina, aderente alle parti interne delle guance e sulla lingua, può essere fastidiosa al punto tale da creare difficoltà alla suzione. Raramente il mughetto non curato può diffondersi, raggiungendo la gola e l’esofago. In questi casi (come detto rarissimi) i bambini presentano difficoltà nella deglutizione. Il mughetto si contrae più facilmente in comunità.

 

Che cosa fare in caso di comparsa del mughetto?

Si avvolge una garza sterile intorno all’indice, la si immerge in una soluzione di acqua e bicarbonato e in un farmaco antimicotico, quindi si praticano toccature cercando di asportare in modo molto leggero la patina biancastra.

Come capisco se mio figlio sente / parla / vede bene? 11 settembre 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Le grandi apprensioni,Salute , 5 comments

Questo argomento rientra nel più ampio discorso della prevenzione dell’handicap: la maggior parte di tale compito ricade giustamente sulle strutture sanitarie, ma una parte piuttosto rilevante spetta anche ai genitori. Questi, infatti, trascorrendo molte ore a contatto con il piccolo, possono osservarlo molto più a lungo dei pediatri. Inoltre, specialmente le mamme, se adeguatamente informate, sono brave nello scoprire eventuali piccole o grandi anomalie del loro bambino e segnalarle al medico.

 

Come valutare se il bambino sente bene

Se alla nascita il bambino non è stato sottoposto al test delle otoemissioni evocate o dei potenziali evocati, è opportuno cercare di capire se sente o no. Per verificarlo è necessario provocare dei rumori e valutare la sua risposta. Il lattante di due mesi è in grado di percepire uno stimolo sonoro abbastanza energico, mentre a sei mesi riesce a udire anche suoni di modesta entità e perfino la voce sussurrata. A due mesi si possono utilizzare svariati stimoli sonori per eseguire questi rudimentali test audiometrici, come battere un cucchiaio sul bordo del bicchiere, aumentare improvvisamente il volume dell’apparecchio televisivo, fischiare, osservare la risposta del bambino allo squillo del telefono. Non è utile ricorrere a rumori più intensi e accompagnati da spostamento d’aria o da vibrazioni, come il battito di un tamburo, la caduta di una pentola, una porta che sbatte. Naturalmente il suono deve giungere improvvisamente senza che il bambino possa vedere la fonte dello stesso. Se il piccolo sente, risponde rapidamente, in modo ovviamente del tutto particolare: sussulta, sbatte le palpebre, piange oppure, se già stava piangendo, si calma repentinamente, smette di succhiare.

Attenzione però, il rumore deve essere singolo e il piccolo deve essere osservato con molta rapidità, poiché è in grado di selezionare immediatamente i rumori e quindi non rispondere a un secondo rumore uguale, avendolo giudicato non degno di atten- zione. Nel bambino più grande si potrà osservare se risponde ai richiami, anche se le parole vengono pronunciate sommessamente.

 

Il ritardo del linguaggio

Normalmente il lattante comincia a vocalizzare tra i due e i quattro mesi, emettendo suoni gutturali e vocalizzi. A sei-otto mesi affronta la fase della lallazione, cioè l’emissione di sillabe in cui prevalgono le labiali. Intorno ai dodici-tredici mesi, generalmente, ma non necessariamente, pronuncia le prime parole. Le variazioni individuali sono molto ampie, inoltre ci sono differenze, anche rilevanti, legate all’ambiente più o meno ricco di stimoli. I genitori devono preoccuparsi soltanto quando il bambino non comunica con gli altri né a parole né a gesti, o quando non manifesta alcun tipo di risposta a quanto gli viene detto (ad esempio quando gli si impartiscono ordini semplici). Anche un arresto nell’evoluzione del linguaggio in un bambino che l’aveva acquisito abbastanza regolarmente oppure una maturazione troppo lenta (per esempio un bimbo che a tre anni non riesce ancora a comporre brevi frasi) deve indurre i genitori a consultare il pediatra. A volte sono in causa deficit uditivi insorti tardivamente (per infezioni, traumi, terapie) oppure problemi psicologici e relazionali più o meno gravi; altre volte, si tratta soltanto di piccoli, innocenti capricci della natura.

 

Come valutare se il bambino non vede bene

Se si escludono lo strabismo e le gravi malformazioni, i genitori hanno poche possibilità di individuare eventuali anomalie della vista. Tra queste la presenza di una pupilla opaca o grigiastra, indice di malattie piuttosto serie, di un occhio con dimensioni maggiori dell’altro, o di una pupilla da gatto, ambedue indici di glaucoma.

Un aspetto curioso è dato dalla presenza di grandi occhi che vengono in genere molto apprezzati dal punto di vista estetico, ma che in realtà talvolta possono essere indice di miopia. Maggiori possibilità di rilevare anomalie si hanno invece nell’età prescolare o scolare. Deve richiamare l’attenzione il bambino che sbatte le palpebre, strizza gli occhi, aggrotta la fronte, specialmente quando legge o fissa un oggetto a breve distanza, o quello che tende ad avvicinare troppo il quaderno oppure il giocattolo e che, per osservarlo, inclina addirittura la testa, o ancora lo scolaretto che spesso commette errori di lettura o scrive male, uscendo dalle righe. un segnale sospetto sono gli occhi spesso arrossati, una sensazione di stanchezza, qualche mal di testa, specialmente alla fine della mattinata di scuola o alla sera.

Come scegliere la vacanza giusta per il bambino? 17 giugno 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni,Salute , 4 comments

Per evitare il rincaro dei prezzi a ridosso della stagione estiva, in molti si stanno già organizzando per le vacanze. Ma come scegliere la vacanza più giusta per il vostro bambino? Ecco qualche consiglio che vi aiuterà nella scelta.

A proposito di vacanza, vorrei subito stabilire alcuni princìpi.

La domanda più frequente per i pediatri è: «Dottore, il mio bambino ha più bisogno di mare o di montagna?». Il vecchio, saggio ed esperto pediatra direbbe che in genere la montagna o il mare giovano più o meno al bambino a seconda che piacciano o meno alla mamma o ai genitori. Questo che sembra essere un concetto apparentemente paradossale, in realtà è più vero e meno superficiale di quanto appaia per due motivi:

a) perché i bambini che hanno malattie che richiedano veramente un soggiorno specifico al mare o in montagna sono pochissimi (1%);

b) perché la villeggiatura non deve essere vista come un intervento terapeutico ma come un periodo di svago, di serenità e di riposo per tutta la famiglia.

In realtà che cosa è importante?

È importante portare i bambini in località dove possano vivere più facilmente a contatto con la natura e i suoi aspetti fondamentali quali aria pulita e sole, lontani da ogni tipo di inquinamento. Bisogna portarli cioè in luoghi diversi da quelli in cui, purtroppo, vivono abitualmente.

Infatti i bambini oggi (eccetto pochi fortunati) trascorrono quasi tutto il loro tempo (vivono) in scatole di cemento e mattoni (neppure la scuola li aiuta) e raramente prendono aria e sole.

Per questo motivo riformulerei il quesito iniziale in: «Dove posso portare il mio bambino perché possa stare all’aria aperta e al sole?». La risposta è: mare, montagna, collina, pianura! va bene tutto. L’importante non è dove andare, ma come vivere la giornata per trarne giovamento fisico e riposo mentale. Non solo per i bambini, ma per tutta la famiglia!

Nei prossimi post, vedremo nello specifico la vacanza al mare, e quella in montagna.

La socializzazione immunologica 5 giugno 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Educazione,I luoghi comuni,Le grandi apprensioni,Leggende metropolitante,Salute , 5 comments

Molti genitori considerano un aspetto negativo del nido o della scuola materna il notevole incremento di malattie del figlio. Si tratta di banali raffreddori, faringiti, tracheiti, tonsilliti, febbri, mal d’orecchio, tossi, enteriti. Mi risulta talvolta difficile convincere i genitori che rappresentano un evento positivo che si colloca nel normale processo di crescita dei bambini.

Effettivamente, è un momento importante della loro vita, non solo per la socializzazione con gli altri esseri umani ma anche per la socializzazione… con i germi; cioè l’incontro dell’organismo con virus e batteri. Il loro sistema immunitario – mediante la formazione degli anticorpi – si attrezza per difenderlo.

Alcune mamme si preoccupano molto e mi chiedono se sia il caso di continuare a mandare i figli in comunità o piuttosto aspettare che crescano un po’ e si irrobustiscano. Rispondo che non è una questione di irrobustimento fisico ma di produzione degli anticorpi, che si formano proprio perché i bimbi vengono a contatto con i germi. La stessa sequenza di malattie si verificherebbe anche se l’inserimento in comunità fosse più tardivo, cioè alla scuola materna o, nei bambini mai inseriti precedentemente in comunità, alla scuola elementare.

Solo se mi trovo di fronte a bimbi particolarmente vulnerabili e deboli, con scarsa crescita e con presenza di altre malattie importanti (ma sono casi rarissimi) consiglio di tenerli a casa.

In condizioni normali, i bambini nel periodo della socializzazione immunologica si ammalano, si ristabiliscono rapidamente, recuperano l’appetito e tornano a essere vivaci come prima, continuando magari ad avere il “naso che cola”, le tonsille ingrossate e la tosse. Dopo un mese, ecco di nuovo la febbre e l’aumento della tosse, in un’alternanza che con il passare del tempo si attenua sempre di più, fino a scomparire ne- gli anni successivi. I pediatri devono gestire con equilibrio e attenzione questo periodo dell’infanzia del bambino, cercando di sdrammatizzare una situazione che di drammatico non ha nulla, ed evitando di sconsigliare per questi motivi la frequenza al nido a un bimbo sano.

Giuseppe Ferrari

Asilo e asilo nido: sì o no? 20 maggio 2013

Posted by Giuseppe Ferrari in : Educazione,I si e i no,Le grandi apprensioni,Salute , 29 comments

Proprio in questi giorni moltissimi genitori staranno valutando l’opportunità di iscrivere il bambino all’asilo nido o alla scuola materna. Per sciogliere i dubbi più ricorrenti, ecco alcuni consigli, con un occhio di riguardo per l’annosa questione della socializzazione immunologica.

Un aspetto positivo del nido è rappresentato dalla socializzazione precoce del bambino. L’inizio della vita scolastica obbligatoria è molto più traumatico per un bimbo che non abbia vissuto precedenti esperienze comunitarie. Se tutti gli studiosi sono ormai convinti dell’importanza fondamentale della scuola materna (3-6 anni) nella strutturazione della personalità del bambino, rimane invece ancora qualche dubbio sull’utilità della socializzazione precoce offerta dall’asilo nido. Certamente i bimbi inseriti molto presto in comunità sono spesso più estroversi, spavaldi e comunicativi; alcuni psicologi infantili però ritengono che quel- la dell’asilo nido non sia una vera socializzazione, ma solo una forma di vita comunitaria imposta dall’esterno e accettata, suo malgrado, dal bimbo. Sostengono, ed è vero, che il bambino piccolo tende a giocare da solo e non apprezza ancora la presenza dei coetanei, mentre cerca spesso di farsi aiutare dall’adulto. Soltanto dopo il 3°-4° anno comincia a partecipare al gioco di gruppo.

Non è possibile affermare con certezza che la socializzazione precoce sia vantaggiosa o utile: questo resta un punto interrogativo, come tanti altri aspetti dell’evoluzione psicologica dei bambino.

È innegabile invece che esistano alcuni aspetti negativi. Specie all’inizio, il momento della separazione tra mamma e bambino è molto difficile. È un piccolo dramma: il bimbo piange e la mamma non riesce ad andare via e si nasconde, ma poi, non potendo resistere, ricompare. Al termine della giornata, quando torna a casa, specie nei primi tempi, il bambino appare particolarmente possessivo nei confronti della mamma, vuole essere preso in braccio, diventa capriccioso, piagnucoloso, spesso irritabile, aggressivo e prepotente. Può manifestare difficoltà ad addormentarsi la sera, vuole essere tenuto per mano, si sveglia spesso, ha qualche incubo notturno. Quasi tutti i bimbi sono in grado di superare bene questo periodo di crisi, a condizione che la mamma riesca a restare serena, a non sentirsi in colpa e sia pronta a dedicare più tempo al figlio la sera (quasi un supplemento alle ore di assenza), trascurando un poco le faccende domestiche per stare di più a giocare con lui e a coccolarlo.

Un altro aspetto da molti considerato negativo del nido è la possibilità che il bambino subisca frustrazioni da parte di compagni più grandi, più robusti o semplicemente più aggressivi di lui. Non lo considererei un evento totalmente negativo, ma una scuola di vita. Infatti, prima o poi, ogni bimbo si troverà a fronteggiare momenti difficili, incontrerà persone amiche e comprensive e altre, invece, egoiste e di animo duro; dovrà imparare a destreggiarsi tra le une e le altre senza soccombere né aggredire. L’asilo non fa che anticipare questo momento. Il bambino che viene tenuto a casa fino ai 3 anni lo affronterà alla scuola materna. Forse a quell’età sarà meno vulnerabile, ma le frustrazioni potrebbero essere maggiori, dato che la scuola materna è frequentata da bambini di differenti età. Un bimbo di 3 anni accanto a uno di 5 e mezzo potrà ricevere maggiori stimoli, ma anche sentirsi indifeso di fronte alla sua aggressività. E nei casi in cui l’ingresso in comunità viene rinviato addirittura alla scuola elementare, il problema si pone in un’età in cui il bambino ne viene maggiormente traumatizzato, essendo ormai il suo carattere e la sua personalità meno duttili che nei primi anni di vita.

Ci si potrebbe chiedere: queste esperienze amare, purtroppo inevitabili nella vita, che spesso rimangono impresse in modo indelebile nella memoria, sono veramente utili per plasmare il carattere del bimbo oppure no? Anche questa rimane una domanda aperta.

Un altro aspetto negativo lamentato da qualche genitore e “addetto ai lavori” è una certa monotonia della vita che si conduce al nido. Mi sembra un’accusa immeritata poiché, in realtà, in una struttura dotata di personale adeguatamente preparato e in numero sufficiente, le ore della giornata trascorrono in modo piacevole per i bimbi. Ad ambientamento avvenuto, i piccoli giocano allegramente e spesso la sera, al momento di tornare a casa, indugiano per completare un gioco iniziato e non terminato.

 

A che età inserire il bambino al nido?

La maggior parte degli psicologi ritiene che l’epoca più idonea sia rappresentata dal 2° semestre di vita. Afferma infatti che il rapporto mamma-bambino si struttura in modo graduale nell’arco del 1° anno di vita e, più precisamente, fino all’età di 6-8 mesi il piccolo sovrappone e confonde la propria persona con quella della mamma. Solo dopo comincia, sia pure confusamente, a capire che la mamma è un’altra persona e non una parte integrante di sé. A questa età inizia, sia pure in maniera rudimentale, anche a ricordare la mamma e a immaginarla con la fantasia quando è assente, e diventa capace di attenderne il ritorno senza angoscia. È a questo punto che il bimbo è sicuramente più pronto ad accettare la nuova esperienza e a viverla in modo positivo.

Purtroppo, però, non tutte le mamme possono riprendere tardiva- mente il lavoro; può accadere che debbano farlo quando il piccolo ha solo 3-4 mesi e quindi quando, secondo gli psicologi, non è ancora pronto al distacco dalla madre. Raccomando loro di non covare ingiusti sensi di colpa. Come quasi tutte le indicazioni degli psicologi, anche queste sono teoriche e non dimostrabili con certezza. Posso invece affermare con sicurezza che, anche in casi simili, il bambino riuscirà a compiere normalmente i suoi processi di maturazione mentale, a essere allegro, vivace, intelligente, se la mamma, come ho già detto, si manterrà serena e riuscirà a compensare la propria assenza con un’affettuosa presenza nei momenti liberi della giornata.

 

La scuola materna

Oltre a costituire un valido supporto sia per le mamme lavoratrici sia per le mamme casalinghe, questa istituzione rappresenta un momento significativo per la strutturazione della personalità del bambino.

Ormai tutti, psicologi e pediatri, sono concordi nel consigliare la frequenza alla scuola materna. L’età ottimale per l’inserimento è 3 anni, periodo in cui il bimbo è ormai in grado di creare un legame continuo con la madre, anche in sua assenza, attraverso il ricordo e la raffigurazione della sua immagine. Se non è stato in precedenza al nido, il piccolo vivrà con qualche problema tale separazione, accusando gli stessi disturbi che ho descritto per l’asilo nido. Anche in questo caso i genitori devono aiutarlo con serenità, pazienza e dolcezza, oltre che con una certa dose di fermezza.

Superato il disorientamento delle prime settimane, i bambini accetta- no molto volentieri la scuola materna. A quest’età, infatti, acquisiscono la consapevolezza di poter essere autonomi e una graduale separazione dal ristretto ambito familiare li rende più coraggiosi, più determinati, più sicuri di sé.

La scuola materna comincia anche a educarli all’accettazione e al ri- spetto di certe regole: è molto importante che il bimbo inizi a recepire i concetti basilari della convivenza civile. Fondamentale è il ruolo delle insegnanti: il bambino obbedisce più facilmente alla maestra, perché spesso le regole dei genitori sono contraddittorie e suggerite da circo- stanze contingenti, e perché vede che i compagni sono assoggettati alle stesse regole e a loro volta le accettano.

Alla scuola materna inizia la vera socializzazione. Il bimbo, a questa età, comincia a vivere nella comunità, a giocare con i coetanei e a stabilire un rapporto con loro. In questo modo si arricchisce di nuove esperienze e impara ad affrontare e superare quelle non positive. Si accosta al gioco di gruppo, guidato dalla maestra. È “costretto” ad ampliare la propria capacità di comunicare con gli altri attraverso un linguaggio più articolato.

Rinunciare alla scuola materna è un errore, e spesso è frutto di un patologico egoismo dei genitori. Il bambino di 6 anni che non ha mai vissuto in comunità sarà più timido, introverso, non riuscirà a legare con i compagni, rimarrà spesso spettatore dei loro giochi, o addirittura vittima della loro aggressività.

Anche ritardarne l’inserimento (al 4° o al 5° anno di età) è un errore: in genere l’elemento nuovo incontra difficoltà a essere accettato da un gruppo ormai consolidato. La vita è comunicazione con i propri simili e, anche se i rapporti con gli altri possono costare frustrazioni, rinunce, insuccessi, i genitori non devono opporsi o ritardare questo evento naturale.

Giuseppe Ferrari

Siamo tornati! 15 maggio 2013

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siamo finalmente lieti di annunciarvi che il blog ha ripreso a funzionare.

Il Professor Ferrari è pronto a tornare in pista, con una lunga lista di temi da trattare e la sua consueta disponibilità a rispondere a tutte le vostre domande.

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