Il Bambino Felice in vacanza 30 Luglio 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : Uncategorized , comments closedilbambinofelice.it va in vacanza fino a fine Agosto, torneremo a Settembre con delle grosse novità, editoriali e non.
Buona Estate a tutte le mamme e a tutti i papà,
la Redazione di ilbambinofelice.it.
Problemi tecnici 7 Luglio 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : Uncategorized , comments closedChiediamo scusa alle mamme e ai papà che non hanno visto pubblicati i loro commenti in questi giorni, purtroppo un problema tecnico ci ha impedito di appprovarli.
Abbiamo provveduto a risolverlo.
Grazie
La redazione del ilbambinofelice.it
Bambino, (ancora) soggetto misterioso? 7 Maggio 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : Uncategorized , 7 commentsDal 12 Maggio al 16 Giugno, presso il Centro Congressi Unione Industriali di Torino, il Professor Ferrari delle conferenze di educazione sanitaria destinate a genitori, futuri genitori, nonni e parenti per conoscere da vicino il bambino e la moderna filosofia per crescerlo.
Questo il programma, più in basso la locandina con maggiori informazioni: (cliccare sull’immagine per ingrandirla)
- Mercoledì 12 Maggio, ore 17:30: ”
È nato! L’arrivo a casa”.
- Mercoledì 26 Maggio, ore 17:30: “La genitorialità responsabile”.
- Mercoledì 9 Giugno, ore 17:30: “Le 10 saluti del bambino”.
- Mercoledì 16 Giugno, ore 17:30: ” Diversi aspetti della famiglia moderna”.
Le coliche del lattante 16 Marzo 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 32 commentsLe coliche si manifestano con un pianto violento e rabbioso che può comparire durante tutta la giornata, ma che ha una frequenza maggiore nelle ore del tardo pomeriggio o della sera.Il bambino sembra arrabbiato. Sembra che voglia gridare sempre più forte, quasi volesse fare dispetto o quasi si compiacesse di piangere, agita braccia e gambe che sono flesse sull’addome, stringe e agita i pugni, è rosso paonazzo in faccia, alterna movimento di suzione a rifiuto del succhiotto, spesso accetta il pasto, altre volte lo rifiuta. In sostanza un quadro apparentemente drammatico che si distingue dal pianto motivato da altre cause, proprio perché queste mancano. In alcuni bambini le coliche sembrano prediligere un orario preciso che si ripete tutti i giorni. L’incidenza delle coliche nei bambini si aggira intorno al 15%-20% ( con una tendenza all’aumento). Nel 70% dei casi, l’ora di comparsa è compresa tra le 18 e le 24. L’epoca d’inizio delle coliche si colloca nelle prime 6 settimane di vita. Esse tendono nella maggior parte dei casi a scomparire verso i tre, quattro mesi. Purtroppo in alcuni casi, in verità molto raramente, possono durare anche un anno. Il periodo di massima intensità si verifica tra la 8a‑12a settimana. E’ difficile individuare le cause reali di queste coliche.
Come abbiamo detto la volta scorsa alcuni studiosi parlano di cause organiche (cioè vere e proprie disfunzioni quali problemi gastroenterici che determinano un eccesso di fermentazione intestinale o allergia al latte vaccino) e altri pensano a cause psicologiche. A queste cause non è estraneo il temperamento del bambino che sicuramente presenta una maggiore reattività a normali stimoli. In realtà le cause organiche, pur essendo talvolta presenti, intervengono in una minima parte dei casi mentre una grande importanza riveste la situazione psicologica dell’ambiente in cui vive il bambino e cioè la relazione psicoaffettiva tra madre e bambino. Molti psicologi infantili ritengono che le coliche del lattante siano una manifestazione che si estrinseca nel bambino, ma che riflette una non corretta situazione ambientale. Infatti le coliche gassose hanno una maggiore frequenza nei figli primogeniti, prediligono i bambini appartenenti a classi sociali elevate, scompaiono quasi sempre quando per caso i bambini cambiano ambiente. Per esempio quando vanno a dormire a casa dei nonni, o quando vengono ricoverati per qualche banale motivo, la madre si stupisce che l’ospedale, invece di peggiorare, migliori sensibilmente il comportamento del suo bambino. Fondamentale, come detto, è il comportamento della mamma, infatti i bambini con coliche hanno quasi sempre una madre con caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche. Ansiosa o depressa o con sensi di colpa o con obbligo morale di allevare al meglio il proprio bambino, spesso insicura nel giudicarne lo stato di benessere, ed eccessivamente iperprotettiva, forse non ancora matura per il suo ruolo di madre. Qualche psicologo, e forse non a torto, parla anche di mamma egoista (speso la mamma in questione si rivolge al pediatra con la frase: “dottore non sopporto di sentire piangere il mio bambino!”. Questa frase è significativa, perché esprime un problema suo e non del bambino perché altrimenti direbbe “vorrei sapere perché piange il mio bambino e quindi vorrei sapere che cosa devo fare per lui”). Sarebbe certo superficiale affermare che è facile prevedere con sicurezza, valutando la madre durante la gravidanza, se il bambino soffrirà di coliche oppure no; tuttavia, pur mancando una dimostrazione razionale, l’instabilità emozionale di alcune madri (ed anche qualche padre) permette al pediatra esperto di pronosticare in anticipo, con una buona probabilità di azzeccarci, quali saranno i bambini che presenteranno le coliche. Il disagio determinato da una situazione psicologica ambientale determina un accumulo di tensione nel bambino che utilizza le crisi di pianto per scaricare le tensione giornaliera e cercare di riorganizzare in modo autonomo e naturale il suo giovane equilibrio psichico ancora fragile ed instabile.
Qualunque ne sia la causa, le coliche del bambino possono creare veri e propri drammi familiari.
Che cosa fare per questi bambini?
Dal momento che diverse sono le cause delle coliche, diversi sono gli interventi terapeutici. Naturalmente in quei pochissimi casi in cui si riesce a individuare una reale causa organica (intolleranza al latte vaccino, fermentazione gastrointestinale), la terapia è più semplice con correzione dell’alimentazione ed eventuale somministrazione di farmaci ma, attenzione, la terapia deve funzionare facendo scomparire il disturbo! Bisogna essere certi della causa che deve essere però documentata; oltre al pianto, devono essere presenti altri sintomi quali feci maldigerite, rigurgiti, talvolta scarsa crescita! Insomma non deve trattarsi di una facile scappatoia diagnostica!
Più complessa sarà la modalità di intervento quando non si individua (perché in realtà non esiste) una causa organica e questo avviene nella maggior parte dei casi. La constatazione che il bambino cresce regolarmente, nonostante le coliche, e la sicurezza che dette coliche scompaiono verso il 3°‑4° mese, in genere inducono il pediatra a minimizzare la situazione. Minimizzare, però, può essere un errore. Il pediatra ha il compito di sdrammatizzare, ma non di sottovalutare, perché molte volte la situazione familiare può raggiungere tali livelli di tensione e di preoccupazione da rendere difficile il rapporto tra genitori e figlio. Quindi il medico ha il dovere di non liquidare frettolosamente il problema ma di spiegare quali sono i ” misteri” delle coliche. Non è sufficiente dire: “Passeranno presto, abbiate pazienza”. Questo è vero, ma i genitori vogliono qualcosa di più perché, qualche volta, sono ai limiti della sopportazione. Se i genitori (soprattutto la mamma) mostrano segni di cedimento psicologico e peggiorano il loro senso di angoscia, il comportamento del bambino può peggiorare. Il pianto del bambino può ingenerare nei genitori reazioni non adeguate e contrastanti che vanno da un eccesso interventistico con conseguente iperstimolazione ad una rassegnata indifferenza. Entrambi questi atteggiamenti trasmettono messaggi inadeguati a risolvere la situazione di tensione del bambino. A ciò può seguire addirittura una ulteriore accentuazione della intensità delle crisi di pianto.
Ecco quindi, come dicevo, che il problema non deve essere sottovalutato. Riprovevole dal punto di vista dell’etica professionale è rifugiarsi nella facile scappatoia di fare diagnosi di mali organici (intolleranza alle proteine del latte, fermentazione intestinale). Chi ricorre a questi comportamenti in genere suggerisce di cambiare il latte artificiale (se il bambino non è allattato al seno. Devo però confessarvi per onestà professionale che, incredibilmente, qualche volta questa diagnosi fasulla funziona. E funziona in modo paradossale. Infatti il bambino continuerà ad avere le sue coliche, ma la mamma ed i genitori in genere, ormai certi che sia stata individuata la causa del comportamento del bambino, diventano più sereni avendo la certezza che non è colpa loro (come, invece,aveva detto quel pediatra antipatico) e sopportano con minore ansia la situazione (che ripeto non è cambiata). Quindi per il bambino non cambia nulla, ma avrà genitori più sereni.
Più problematico per gli amanti della facile diagnosi di intolleranza al latte artificiale trovare una giustificazione quando le coliche colpiscono i bambini allattati esclusivamente al seno! In questo caso viene consigliato alla mamma di non alimentarsi con latte e latticini perché “passano” nel latte materno e quindi provocano ugualmente condizioni di intolleranza. In realtà la mamma prova, ma non cambia nulla nel bambino che continuerà ad avere le sue coliche, perché, come detto, queste hanno quasi sempre una motivazione non organica.
Cosa si può fare allora con questi bambini?
Ecco in ordine di efficacia alcuni interventi che hanno qualche probabilità di successo in caso di pianto immotivato:
Cercare di attirare l’attenzione del bambino creando fatti alternativi, per esempio portarlo a fare un giro in auto, oppure con dondolii, a volte anche piuttosto decisi. Qualche risultato può essere ottenuto dal massaggiare l’addome delicatamente, dal cambiargli posizione per esempio metterlo a pancia in giù. In realtà eventuali successi ottenuti con queste azioni fanno credere che il pianto sia motivato dal famoso “mal di pancia”. Non è così, il risultato si è avuto perché è stata determinata una modificazione della sua situazione ambientale! Qualche successo si può avere anche con il creare rumori diversi da quelli consueti, o dal suonare della musica. Pressoché inutile il tanto consigliato piccolo clistere.
Tutti questi provvedimenti hanno il difetto di essere generici e di avere probabilita’ di successo, nel migliore dei casi, non superiore al 50%. Un errore da non commettere e’, però, quello di lasciare che il bambino pianga per il timore di viziarlo. Questo atteggiamento, per altro meno frequente di quello opposto, è sicuramente sbagliato e forse anche un po’ crudele. Non bisogna lasciare un bambino piangente solo e disperato, senza curarsi di cercare i motivi dei suo pianto. Motivi che lui ha sicuramente per farlo. E come abbiamo detto non sono quasi mai motivi fisici.
Il pianto immotivato è sicuramente un momento della vita del piccolo bambino difficile da gestire. Talvolta l’angoscia dei genitori colti di sorpresa da un tale comportamento e soprattutto il rendersi conto di non essere capaci di dominarlo, portano a commettere errori opposti o nell’ esagerare nei tentativi per tranquillizzarlo o nell’assumere atteggiamenti di eccessiva durezza. Quando iniziano questi periodo di pianto immotivato, bisogna rendere edotti i genitori spiegando nei dettagli (anche quelli scomodi) la natura e le causa del comportamento dei loro bambini, non colpevolizzando soprattutto le mamme che talvolta hanno tutte le ragioni per essere tese ed ansiose. Indispensabile è suggerire anche quale approccio adottare, ma, una volta spiegate bene le cause, mi sono reso conto che diventa più facile per loro sopportare la situazione. Devono essere rassicurati che la causa non è un malessere fisico, ma dipende da una situazione psicologica ambientale non ideale e dal fatto che il sistema emotivo e psicologico del bambino non è ancora maturo. Intorno al 3° mese maturerà ed in quel momento la fase periodica del pianto tenderà a scomparire, soprattutto se sarà accompagnata dalla consapevolezza maturata nei genitori (essenzialmente la mamma) di cambiare il modo di interazione con il bambino. Sicuramente una madre depressa, ansiosa, “nervosa” trasmette rapidamente i suoi sentimenti al bambino. Ne deriva ulteriore pianto. Se si innesca un simile ciclo vizioso ne può derivare un bambino non sereno, ipersensibile e ipereccitabile.
A presto
Giuseppe Ferrari
Il pianto 1 Febbraio 2010
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni , 11 commentsIl pianto è il mezzo più efficace ed energico che il bambino usa per comunicare. Tuttavia è un atto che spaventa molto i genitori ma che in realtà, quando è vigoroso, non indica mai un malessere fisico (infatti se i bambino sta male non ha la forza di piangere… ma si lamenta!), ma indica un suo fabbisogno, una sua necessità, una sua esigenza non soddisfatti. Per esempio il bambino piange se ha fame, oppure piange se si è sporcato, cioè in situazioni certamente non dolorose, ma che semplicemente creano in lui uno stato di bisogno. Il bambino infatti sa esprimere, molto di più di quanto pensino gli adulti e con estrema precisione le sue necessità, ovviamente non ancora con le parole ma con i suoi comportamenti. Il pianto è una delle forme più importanti di questo suo linguaggio. Genitori attenti e soprattutto ben guidati ed edotti dagli “addetti ai lavori” in genere riescono ad imparare a distinguere il pianto del loro bambino entro il primo mese di vita.Esistono diversi tipi di pianto per comunicare sensazioni e situazioni diverse che richiedono anche provvedimenti diversi:
Il pianto da fame
In questo caso il bambino piange alla fine della poppata, appena allontanato il seno o il biberon, oppure comincia a piangere prima dell’ora presunta della poppata (ricordo come ho già detto che non bisogna costringere i bambini a orari rigorosi). In questa circostanza il pianto cessa appena riesce a succhiare qualunque cosa capiti a tiro della sua bocca: dita, succhiotto, lenzuolino, salvo riprendere subito appena si accorge che, pur succhiando, non entra nulla nella sua bocca. E’ un pianto discretamente vigoroso con una nota di irritazione, che varia di intensità a seconda che riesca a succhiare qualcosa o no.
Il pianto per senso di disagio fisico
Per esempio il bambino, quando è sporco, si mette a piangere, specie se ha emesso feci da latte materno che sono molto liquide, abbondanti (lo inondano) e acide. E’ sufficiente cambiarlo. E’ buona norma svestire comunque il bambino che piange, perché qualche volta può capitare che la cattiva posizione dei vestiti o dei pannolini gli crei, con pieghe fastidiose, un vero e proprio disagio. Può piangere per il caldo, quando è molto vestito. Più difficilmente piange per il freddo. I rumori violenti lo fanno “saltare via”. La radio a tutto volume, le grida, le luci intense sono fonti di eccitazione e di irritazione. Mentre i normali rumori casalinghi, anche la TV a volume normale, sono per lui una grande compagnia.
E’ un pianto non molto forte ma particolarmente irritato.
Il pianto da stanchezza
E’ un pianto non vigoroso con una caratteristica di monotonia che tende a finire per poi… ricominciare. Si manifesta quando i bambini vengono sottoposti ad un eccesso di stimoli esterni che non riescono a controllare. Il volerli far giocare a tutti i costi, il volergli parlare in continuazione, mettergli i carillon, la musichette ecc
Il pianto da noia.
Compare nel lattante di qualche mese. Succede, al contrario del caso precedente, quando il bambino non viene molto stimolato, viene lasciato per molto tempo solo. E’ un pianto poco vigoroso, francamente “annoiato”. Si calma appena sente la voce di un adulto. Ha bisogno di non sentirsi solo.
Il pianto per scaricare la tensione
Quanto esposto sopra, in una certa maniera, è la classificazione di alcuni tipi di pianto legati ad alcune fra le più frequenti e più facilmente individuabili cause. Purtroppo, però, esistono numerosi casi di bambini che piangono senza alcuna ragione evidente. Ci troviamo di fronte al grande e incerto capitolo del pianto apparentemente immotivato. Questo è uno dei capitoli più controversi e più discussi della puericultura.
In genere questo pianto apparentemente immotivato viene attribuito a una particolare situazione in cui si viene a trovare il bambino che viene considerato affetto dalle famose o famigerate “coliche”. Coliche che vengono variamente chiamate: coliche gassose, coliche dei primi tre mesi, coliche della quarantena ecc. Circa le cause alcuni invocano cause organiche (cioè vere e proprie disfunzioni quali problemi gastroenterici che determinano un eccesso di fermentazione intestinale o allergia al latte vaccino) e cause psicologiche. In realtà le cause organiche, pur essendo talvolta presenti, intervengono in una minima parte dei casi mentre una grande importanza riveste la situazione psicologica dell’ambiente in cui vive il bambino e cioè la relazione psicoaffettiva tra madre e bambino. Molti psicologi infantili ritengono che le coliche del lattante siano una manifestazione che si estrinseca nel bambino, ma che riflette una non corretta situazione ambientale. Tratteremo l’argomento coliche la prossima volta in modo più dettagliato
E per finire…
Il pianto che non esiste (o pianto da mal di pancia)
Il mal di pancia è la causa più frequentemente invocata dai pediatri per fornire una giustificazione del pianto immotivato del bambino. E’ una diagnosi, che se fosse vera sarebbe tutt’altro che tranquillizzante, ma che, incredibilmente, invece rasserena e soprattutto convince di più la mamma. Non si capisce perché, ma se il pianto viene attribuito al mal di pancia, la mamma si ritiene in genere soddisfatta, e quasi mai pretende di sapere perché mai il suo bambino dovrebbe avere mal di pancia! Noi pediatri, forse per questo motivo, “astutamente” spesso formuliamo questa diagnosi, pur essendo certi che il bambino non ha mal di pancia!. Infatti il reale mal di pancia deve avere una causa : per esempio diarrea, vomito, ecc. Ed allora come possiamo spiegarcelo in assenza di questi disturbi e soprattutto dopo aver palpato attentamente l’addome? Questo è un mistero, ma è un altro di quei misteri che funziona psicologicamente per le mamme! C’è chi (spesso sono le nonne) pensa di dedurre la presenza del mal di pancia dal fatto che il bambino piangendo si rannicchia su se stesso, raccogliendo sia gli arti superiori che inferiori sull’addome. In realtà durante il pianto, il bambino di pochi mesi, qualunque ne sia la causa, si rannicchia sempre con gli arti piegati sulla pancia. Ciò è dovuto al fatto che essendo stata la sua posizione fetale a braccia e gambe flesse, nei primi mesi di vita, sotto stimolo il bambino tende a riprenderla.
A presto
Giuseppe Ferrari
Presentazione La mamma felice 16 Settembre 2009
Posted by Giuseppe Ferrari in : Uncategorized , 19 commentsGiovedì 17 Settembre alle 17:30, presso il Circolo dei Lettori in Via Bogino, 9 a Torino verrà presentato La mamma felice, il nuovo libro del Professor Ferrari.
Ne discuteranno con l’autore:
- Marco Accossato - Giornalista de “LA STAMPA”
- Stella Boglione - Mamma
- Cristina Tardito - Stilista.


La Fimosi 10 Settembre 2009
Posted by Giuseppe Ferrari in : I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute , 6 commentsE’ un problema solo per i maschi.. La fimosi è caratterizzata dalla impossibilità di scoprire completamente il glande ( la parte anteriore del pene) a causa della abbondanza del tessuto del prepuzio che lo ricopre e, restringendosi, lo chiude. La maggior parte dei bambini, alla nascita hanno “il pisello chiuso” perché il prepuzio sovrabbondante non riesce a scorrere e quindi rimane adeso al glande rivestendolo completamente. Questa situazione che rientra nella normalità alla nascita, richiede successivamente di essere modificata. Il glande deve poter essere scoperto per due motivazioni, l’una igienica, legata all’impossibilità di lavare la parte, l’altra per la futura funzione sessuale, legata alla difficoltà di scorrimento del prepuzio. Alcune religioni, o anche abitudini, prevalentemente anglosassoni, prevedono la circoncisione in epoca neonatale, un’operazione che consiste nel tagliare e asportare la parte terminale del prepuzio, consentendo al glande di essere sempre scoperto.
Per quanto riguarda la realtà italiana, in cui non si pratica di routine la circoncisione ai neonati, si può raggiungere lo stesso obiettivo, cioè la scopertura del glande, con semplici e delicate manovre.
Queste manovre sono compito del medico.
Come si deve procedere?
Si procede in questo modo. Intorno al 3° mese di vita del bambino (in occasione cioè della 2a visita di controllo) il medico deve iniziare a scollare delicatamente il prepuzio, usando una pomata anestetica e preparando la parte con l’applicazione preventiva, per almeno un paio di settimane, di una pomata od un unguento al cortisone. La manovra deve essere delicata, non violenta e soprattutto non totale, non bisogna cioè scoprire al primo colpo tutto il glande, a meno che la fimosi sia molto modesta. Fatto il primo scollamento, il medico ha bisogno della collaborazione della mamma che deve ripetere tutti i giorni la stessa operazione. Deve cioè tirare giù la pellicina fino al punto in cui è arrivato il medico e lavare la parte scoperta con acqua e sapone ( in genere in occasione dell’abituale quotidiano bagnetto). Non deve forzare ulteriormente!! Se non si forza, il bambino non prova nessun dolore. In realtà questo rito di apertura va iniziato non il giorno dopo lo scollamento fatto dal medico, ma due giorni dopo. Esso deve essere praticato poi tutti i giorni, per motivi igienici ed anche perché si corre il rischio che il prepuzio ritorni ad aderire. (Sarebbe stato un lavoro inutile e un inutile trauma per il bambino).
Un’avvertenza importante: qualche volta nelle ore immediatamente successive alla prima “operazione”, improvvisamente, il bambino si mette a piangere, ciò è dovuto al fatto che quando fa la pipì, sente bruciore. Il pianto è però di breve durata. Rarissimamente si può avere un arrossamento ed un gonfiore della parte che passa con piccoli impacchi freddi e la applicazione di una pomata cortison-antibiotica. In questo caso è però necessario consultare il medico.
A una successiva visita di controllo se il glande non si scopre completamente, il medico procederà a un ulteriore scollamento. La mamma dovrà poi continuare le sue manovre giornaliere di apertura e lavaggio. In genere in tre volte si riesce ad scoprire completamente il glande. Quando è completamente aperto sarà facile eseguire un corretto lavaggio.
Qualche volta sotto la pelle del prepuzio non ancora aperto, è possibile vedere in trasparenza delle macchie biancastre. Si tratta di accumulo di secrezioni bianche che fuoriescono alla successiva apertura. La presenza di questa secrezioni biancastre impressiona molto le mamme, ma in realtà è un fatto normale che oltretutto facilita la risoluzione della fimosi.
E’ importante iniziare questa operazione piuttosto precocemente ( come si è detto intorno al 3° mese) in modo da concludere il tutto intorno ai 7/8 mesi prima cioè che il bambino cominci a rendersi conto di cosa gli stia succedendo e quindi ne rimanga traumatizzato e non voglia più farsi toccare (e quindi lavare).
Quali i luoghi comuni ed errori?
A proposito di questo argomento è più corretto parlare di tabù piuttosto che di luoghi comuni. La mancanza di una corretta educazione sessuale impedisce molte volte di avere idee chiare circa i problemi della sfera genitale. Il primo ostacolo che si incontra nell’affrontare e risolvere il problema fimosi è rappresentato dalla paura delle madri, che spesso si rifiutano di collaborare con il medico perché fa loro “impressione” eseguire questa semplice operazione quotidiana di lavaggio, e temono di far male al bambino. Bisogna che queste madri si convincano che è loro compito accudire nel migliore dei modi i loro bambini. Tra i doveri c’è anche questo, che oltretutto servirà a evitare qualche complesso o trauma nell’età più adulta.
Fra gli errori e i luoghi comuni, vanno anche citati alcuni comportamenti di alcuni “addetti ai lavori”.
Il primo caso da ricordare è quello di chi dice che non è il caso di applicare la riduzione medica (manuale) della fimosi. Purtroppo molti bambini, dopo qualche anno, vengono indirizzati al chirurgo per l’intervento di fimosi. Questo intervento invece deve essere la soluzione ultima dopo aver provato la riduzione manuale. Per troppi bambini diventa, ancora oggi , una tappa obbligata nella loro “carriera” sanitaria (le altre, per la verità in diminuzione, sono le tonsille e l’appendicite). Purtroppo il pericolo non solo è rappresentato dalla difficoltà tecnica, ( infatti sembra un intervento banale ma non lo è) che qualche volta porta a risultati esteticamente non molto apprezzabili ( quindi attenzione alla ricerca del chirurgo giusto), ma anche dalla necessità di ricorre sovente all’anestesia.
Un secondo atteggiamento è quello di chi dice alla mamma: “Signora il prepuzio deve essere aperto. Lo faccia lei”. Cioè scaricando sulla mamma il problema. A parte la mancanza di esperienza, neppure la madre più coraggiosa ha l’animo di forzare, con relativi pianti ed eventuali sanguinamenti, una parte così delicata del corpo del suo bambino.
Chi è nemico ( non si capisce perché) dello scollamento manuale sopra descritto dice che questo non serve perché il prepuzio “si riattacca”. E’ vero, ed è per questo che si rende necessaria assolutamente la collaborazione della mamma che deve aprilo e lavarlo tutti i giorni! Altrimenti si rincolla ed è stato fatto un lavoro inutile, che oltretutto ha procurato qualche piccolo dolore al bambino.
E’ difficile immaginare che chi si deve professionalmente occupare della crescita del bambino e quindi anche della sua qualità di vita ignori fondamenti così importanti di civiltà, di educazione sanitaria e di educazione sessuale.
La riduzione manuale della fimosi è compito del medico; la madre e, poi, il bambino più grandicello devono perfezionarla per una corretta igiene quotidiana.
Il bambino deve imparare a lavarsi bene anche dopo aver fatto la pipì!
A presto
Giuseppe Ferrari
Le vaccinazioni 6 Marzo 2009
Posted by Giuseppe Ferrari in : Salute, Uncategorized , 45 commentsLe vaccinazioni rappresentano la più importante forma di prevenzione per la salute dei bambini.
Lo scopo di una vaccinazione è quello di provocare nell’organismo umano ( nel nostro caso nell’organismo del bambino) una reazione (gli anticorpi) verso alcune malattie infettive, inoculando gli agenti responsabili di queste malattie e cioè virus, batteri o sostanze tossiche (tossine) da questi prodotte, opportunamente attenuati in modo che non siano così “cattivi” da causare la malattia, ma siano ancora in grado di provocare la reazione di difesa dell’organismo.
Vaccinare un bambino è un DOVERE che i genitori hanno verso il proprio figlio e verso la comunità di tutti gli altri bambini, tuttavia ancor oggi rappresenta motivo di dubbio e di perplessità. La cosa più grave è data dal fatto che ancora oggi alcuni medici e figure di “presunti “e pericolosi esperti della salute consigliano di non vaccinare. Il bambino vaccinato protegge se stesso, ma anche il resto della società in quanto diviene anche una barriera contro la circolazione di germi.
Ci sono controindicazioni alle vaccinazioni nei bambini normali?
In realtà sono molto meno di quanto si creda e sono solamente temporanee.
Voglio ricordarle:
- Malattie acute febbrili
- Gravi diarree
- Terapie protratte con cortisone ( se la somministrazione di cortisone è stata breve, e per breve si intende un massimo di 8/10 giorni, bisogna lasciar passare 3 settimane)
Ripeto i bambini che si trovano in queste condizioni ” non devono essere temporaneamente vaccinati”.
Non deve quindi accadere che i bambini saltino per mesi le vaccinazioni con le scuse più banali: raffreddori, tossi, brevi episodi febbrili.
Dopo una malattia infettiva o una malattia febbrile di lunga durata si deve, invece, attendere almeno 20‑30 giorni dalla guarigione. Anche i bambini nati prematuramente o piccoli di peso devono essere vaccinati. Tuttavia in questi casi è opportuno consultare il proprio pediatra.
Alcune precisazioni importanti
Le date e soprattutto l’intervallo di tempo suggeriti fra una vaccinazione e l’altra sono puramente indicativi e ubbidiscono solo ad una logica organizzativa, per cui
- Non è un problema ritardare di qualche settimana (ed anche di qualche mese) l’inizio delle vaccinazioni, purché si facciano!
- L’intervallo fra un vaccino e l’altro non è tassativo. In altre parole viene suggerita una data perché è meglio non farlo prima di ….! Ma anche se si lasciano passare dei mesi dalla data indicata, la vaccinazione è valida. Tuttavia per i motivi, anche etici, di cui ho detto prima, sarebbe meglio rispettare le date proposte.
La burocrazia
In Italia, dal punto di vista burocratico, esistono vaccinazioni obbligatorie per legge e vaccinazioni facoltative. Tuttavia si prevede che anche nel nostro paese (come in molti i paesi europei) le vaccinazioni per i bambini non saranno più obbligatorie per legge, ma lasciate al senso civico e alla educazione sanitaria dei genitori.
Tipi di vaccino
Oggi vengono prodotti vaccini polivalenti che contengono vaccinazioni obbligatorie e facoltative. Questi rispondono a due criteri: sono comodi ( si fa un buco solo) e tolgono l’imbarazzo della scelta per i non obbligatori. I vaccini esavalenti contengono le 6 vaccinazioni più “comuni” e sono quelli che comunemente vengono usati nei centri vaccinali.
Calendario vaccinale ( parte integrante del Nuovo Piano Nazionale Vaccini 2005 - 2007 G.U. 14/04/05 )
Prima di esporre il calendario vaccinale attualmente in uso in Italia, credo che sia importante informare le mamme di quanto segue:
I vaccini costituiscono una materia di studio e di ricerca in continua evoluzione. Per questo motivo quanto suggerito oggi, in linea di massima, rimarrà sicuramente valido nel tempo, ma è molto probabile che nuove scoperte della scienza medica e della biotecnologia porteranno alla produzione di nuovi vaccini e che il continuo perfezionamento delle tecniche di preparazione e la sempre maggiore sperimentazione amplieranno l’uso degli attuali.
In altre parole per la scelta delle vaccinazioni da fare al vostro bambino rivolgetevi al vostro pediatra che sicuramente saprà darvi le indicazioni più attuali.
Nascita epatite B
3° mese antipolio (inattivato) - difterite - pertosse - tetano - epatite B - haemophilus influenzae b.
5° mese antipolio (inattivato) - difterite - pertosse - tetano - epatite B - haemofhilus influenzae b.
11°/13° mese antipolio (inattivato) - difterite - pertosse - tetano - epatite B - haemophilus influenzae b.
13°/15° mese morbillo - parotite - rosolia.
5°/6° anno antipolio (inattivato) - difterite - pertosse - tetano.
11°/12° anno morbillo - parotite - rosolia.
12°/14° anno difterite - pertosse - tetano (vaccino per gli adulti)
Vaccini “Nuovi”
3° mese vaccino pneumococcico coniugato eptavalente (Prevenar) - vaccino meningicoccico C coniugato
(Meningitec, Meninvact, Menjugate, Neisvac-C).
5° mese vaccino pneumococcico coniugato eptavalente - vaccino meningicoccico C coniugato
13° mese vaccini pneumococcico coniugato eptavalente - vaccino meningococcico C coniugato
13°/24° mese varicella (Varilrix - Varivax)
11°/15° anno varicella
Due parole sui vaccini “nuovi”.
Sono vaccini che completano la prevenzione nei riguardi delle malattie infettive dell’infanzia. Per correttezza di informazione è necessario dire che, ai nostri giorni, queste malattie non sono così diffuse e frequenti ( al punto tale che quando colpiscono qualche bambino, compaiono vistosi articoli sui giornali) e se vengono diagnosticate tempestivamente si possono curare bene e guariscono perfettamente.
Altrettanti importante è ricordare che:
- i vaccini sono innocui
- non difendono al 100% dalle malattie ( le percentuali medie di efficacia sono buone,variano dal 97% al 70%, ma per alcune malattie quali otite e polmonite le percentuali si abbassano di molto)
- per quanto riguarda la meningite: il vaccino menigococcico previene solo la meningite da meningicocco, per cui per avere una protezione sicura contro la meningite bisogna fare anche il vaccino contro l’haemophilus influenzae e contro lo pneumococco, che sono gli altri batteri che causano la meningite.
A Presto
Giuseppe Ferrari
Come intervenire in caso di acetone 24 Ottobre 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione, I luoghi comuni, Le grandi apprensioni, Salute, Uncategorized , 189 commentsChe cosa fare in caso di acetone?
La terapia dell’acetone è condizionata dalla diversa gravità dei sintomi e si basa su due aspetti : quello dietetico e quello medicamentoso.
L’intervento dietetico
Essendo l’acetone un disturbo legato al metabolismo dei grassi, il primo intervento deve essere la sospensione di cibi che li contengono, come ad esempio burro, formaggio, latte e uova.
Se è presente il vomito è necessario sospendere totalmente l’alimentazione e sostituirla con una dieta esclusivamente idrica, utilizzando alternativamente acqua, tè, camomilla, bevande zuccherine alla frutta o anche la Coca Cola.
Questi liquidi devono essere somministrati ben zuccherati, nella quantità richiesta dai bambini, che in genere hanno molta sete, soprattutto ricordando che sono loro i migliori regolatori delle proprie necessità. Le dosi di liquidi da introdurre nell’arco delle 24 ore possono raggiungere valori di circa 100‑150 cc per ogni kg di peso del bambino. Lo zucchero aggiunto sarà di circa 5 gr per kg di peso del bambino.
Si possono anche utilizzare brodi di verdura salati per ovviare alla perdita di sali che avvengono con il vomito. Qualche volta la violenza e la gravità del vomito sono tali da impedire la ritenzione di qualunque liquido introdotto. Il bambino ha molta sete e beve avidamente grosse quantità di liquidi, e questo lo fa vomitare nuovamente. Bisogna convincerlo a bere poco per volta, anche se non è facile. In questo caso il problema può essere risolto con la somministrazione frazionata e ininterrotta di bevande (un cucchiaino dopo l’altro). Nelle forme più gravi neppure questo artificio serve a fermare il vomito. In tal caso è necessario praticare al bambino fleboclisi, per non correre il rischio di arrivare a un vero e proprio coma.
Cessato il vomito, si può riprendere con gradualità l’alimentazione, avendo cura inizialmente di dare cibi ricchi di carboidrati e per ultimo i cibi ricchi di grassi. È molto importante farsi guidare dal grado di appetito del bambino; quando ricomincia ad avere fame (circa 3 giorni dopo la fine del vomito) allora si potrà riportalo in un paio di giorni a mangiare come prima.
Contenuto percentuale di grassi nei principali alimenti (100 gr.)
Burro 85 - olio oliva 100 - formaggi grassi 30 - formaggi magri 25 — uova 20 - pollo 13 - carne bovina 5/10 - latte 3,5 - cioccolato 24.
Terapia con farmaci
Non esistono farmaci specifici. La migliore cura è la dieta e la reidratazione che può giovarsi di prodotti contenenti sali minerali e zucchero da aggiungere all’acqua somministrata.
A che età incomincia l’acetone?
Non c’è un limite di età ben definito. Alcuni pediatri negano l’esistenza dell’acetone prima dei due anni, altri abbassano il limite a un anno. In realtà non esiste un’età limite al di sotto della quale si possa dire che non esista l’acetone. Forse l’acetone cosiddetto “primitivo “, cioè non associato ad altre malattie, può non manifestarsi prima dei 2 anni,. ma quello associato a una malattia principale esiste anche al di sotto dell’anno di vita.
A che età finisce?
Non è assolutamente possibile stabilire delle età con assoluta certezza. In genere l’epoca di maggiore incidenza va dai 3 ai 6 anni. Poi va gradualmente diminuendo.
Quali sono le caratteristiche dei bambini predisposti all’acetone?
Anzitutto, come ho già detto esiste una certa ereditarietà nella predisposizione all’acetonernia. Spesso sono soggetti emotivi ed ansiosi. Anche la costituzione conta, per esempio il bambino linfatico è spesso un acetonemico. Così il bambino che nei primi mesi di vita ha sofferto di “crosta lattea” e quello che presentava abbondanti rigurgiti è un probabile candidato all’acetonemia. Alcuni di questi bambini sono buoni mangiatori o meglio lo sono nell’intervallo tra una crisi e l’altra, intervallo che può essere anche di mesi. Altri invece vengono considerati dai genitori come dotati di scarso appetito o, per essere più precisi, alternano periodi in cui mangiano volentieri e altri in cui mangiano pochissimo. E, stranamente, in questi periodi sono presenti quei sintomi segnalati come pallore, occhi cerchiati, alito cattivo, lingua sporca, vaghi mal di pancia, mal di testa. Normalmente dopo qualche giorno di questa situazione, questi bimbi riprendono a mangiare, per poi ciclicamente ricadere nella poca fame. In sostanza questi bambini si curano da soli, riducendosi la dieta ( quindi disintossicandosi) e poi riprendono a mangiare. Se non diminuissero l’alimentazione andrebbero incontro a crisi di acetone. In realtà questi bambini non hanno quasi mai grosse crisi, perché sanno “autogestirsi”!
Mi verrebbe voglia di definire questi bambini ” acetonemici cronici”, se non temessi di far sorridere molti “luminari”!
Quali luoghi comuni o errori possono verificarsi?
Il luogo comune: ritenere che l’acetone sia causato da disordine alimentare o dall’eccessiva introduzione di alimenti grassi.. Non tenete i bambini per mesi ed anni a diete senza grassi. Nonostante tutti i sacrifici e le privazioni, questi bimbi ogni tanto presentano comunque la loro crisi di acetone………..perché sono bambini acetonemici!
L’ errore grave è rappresentato dal rifiutare di soddisfare la sete dei bambino perché vomita. Il vomito infatti disidrata l’organismo, la disidratazione aumenta l’intensità dell’acetonemia, che a sua volta aumenta il vomito in un giro vizioso.
L’acetone 7 Ottobre 2008
Posted by Giuseppe Ferrari in : Alimentazione, Le grandi apprensioni, Salute, Uncategorized , 157 commentsChe cosa è l’acetone?
Cercherò di schematizzare e di semplificare a costo di fare arricciare il naso agli scienziati, ma con la quasi certezza di essere capito
- L’acetone è causato da una abnorme accumulo di corpi chetonici nell’organismo del bambino.
- I corpi chetonici si formano nel nostro organismo normalmente e regolarmente nel corso dello svolgimento del metabolismo dei grassi. (Per metabolismo si intende l’insieme delle reazioni chimiche che avvengono nell’organismo umano e che portano alla trasformazione degli alimenti introdotti in sostanze utili per la crescita, per lo sviluppo e per tutte le normali funzioni del corpo umano.)
- Le sostanze chimiche introdotte con gli alimenti sono composti fondamentalmente da tre grandi categorie di prodotti chimici, presenti in varia misura in tutti i cibi: proteine - grassi o lipidi - zuccheri o carboidrati.
- Ciascuno di questi alimenti viene trasformato nel nostro organismo, seguendo una sua via metabolica.
- Per l’acetone, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sul metabolismo dei grassi, nel corso del quale si producono i corpi chetonici.
- In condizioni normali questi corpi chetonici, una volta formatisi, proseguono immediatamente la loro trasformazione in altre sostanze e vengono quindi eliminati. Quando, per particolari condizioni, i corpi chetonici non vengono più trasformati ed eliminati, si accumulano nel sangue e danno luogo alla ” crisi di acetone”.
Quindi l’acetone è uno stato di malessere causato da un’eccessiva presenza nel sangue di sostanze, i corpi chetonici, che non dovrebbero esserci in così grande quantità.L’organismo tollera solo un certo livello di corpi chetonici, oltrepassato il quale comincia a presentare segni di malessere, perché queste sostanze finiscono per ” intossicarlo”.
Per questo l’acetone può essere anche definito un fenomeno di autointossicazione.
Quali sono le cause che determinano un’alterazione del metabolismo dei grassi?
Le cause sono molte: un breve digiuno, un disordine alimentare, una banale indigestione, una fatica fisica, uno stress emotivo, uno spavento, il cambiamento di clima, una banale influenza, malattie infettive, la diarrea, le parassitosi intestinali (un tempo nelle credenza popolare l’acetone veniva identificato con i vermi intestinali!) ecc.
Perché alcuni bambini soffrono di acetone e altri no?
Resta ancora ignoto il motivo per cui certi bambini siano più predisposti a essere colpiti da questo disturbo in occasione dell’intervento di fattori che, su altri bambini, non esercitano nessun effetto. Si pensa che più colpiti siano i bambini emotivamente più instabili, ma questo è vero solo in parte, forse un certo collegamento si può trovare tra stitichezza del bambino e acetone.
Di fatto si può essere certi di due cose :
- che il bambino predisposto è spesso figlio di genitori “acetonemici”.
- che il bambino predisposto ogni tanto “soffrirà di acetone”.
La crisi di acetone non è una malattia vera e propria, ben definita nei suoi sintomi, ma una situazione di malessere che si manifesta associata a particolari condizioni in cui si trova momentaneamente l’organismo del bambino.
Quali sono i sintomi di una crisi di acetone?
Nelle forme più leggere il bambino presenta diminuzione dell’appetito, aumento della sete, occhi cerchiati, saltuari dolori addominali (in genere il bambino indica la zona intorno all’ombelico), lingua biancastra e alito con un caratteristico odore acetonico, non particolarmente sgradevole, simile all’acetone usato dalle signore per eliminare lo smalto dalle unghie. È bene che il pediatra insegni alle mamme a riconoscerlo. Quasi sempre è presente anche stitichezza.
Con l’aumentare dell’acetone, può comparire anche mal di testa. Il bambino può mostrarsi sonnolento. Altre volte alterna momenti di irritazione a momenti di torpore. La madre riferisce di un bambino che ha sonno, ma che non riesce a dormire perché è nervoso (sonnolenza irritabile). Aumentando ancora lo stato tossico, ecco comparire il sintomo più importante: il vomito, caratterizzato da attacchi anche violenti. In un primo momento viene emesso il cibo, poi una volta svuotato lo stomaco, il vomito diventa giallastro, vomito biliare. Quest’ultimo aspetto spaventa molto la mamma, ma è normale vomitare bile quando lo stomaco è vuoto di alimenti. A questo punto può comparire anche la febbre, che peraltro può insorgere anche prima.
Un ulteriore peggioramento della situazione rende il bambino sempre più prostrato, con occhiaie, profondo pallore intenso, alito sempre più cattivo, lingua coperta da un patina spessa e biancastra, labbra secche, respiro più frequente. Se non si interviene, il bambino può anche arrivare al coma (coma acetonemico) e, specie se compare febbre, anche alle convulsioni febbrili.
Questa è la possibile evoluzione dell’acetone. Sicuramente, intervenendo con opportuni provvedimenti, non si arriva a queste situazioni di pericolo, che, in verità, sono rare anche quando non vengono messe in atto cure appropriate. Tuttavia è bene tenerle presenti, non per sopravvalutare il problema, ma per non essere impreparati nel caso in cui dovessero capitare.
Ai sintomi descritti devono essere aggiunti quelli delle eventuali varie malattie presenti (influenza, malattie infettive ecc.) che abbiamo già citato.
Nel prossimo post vedremo in che modo è possibile affrontare nella maniera migliore l’acetone.
A presto
Giuseppe Ferrari

